Tomás Saraceno

La strategia del ragno

By Luca Sposato

Tomás Saraceno “Flying Garden” 2020, ® photography by Ela Bialkowska, OKNO Studio, courtesy CCC Strozzina, Firenze
l’immaginario dell’autore punta a un credibile progetto ecosostenibile e biointegrante, sintetizzata nell’occasione fiorentina con la massiccia installazione delle sfere specchianti Thermodynamic Constellation, che occupa e ingloba il cortile palatino. 
Eppure, oltre l’effetto iniziale, l’alleggerimento metodico del lavoro di Saraceno scopre il fianco di un’indagine suggestiva e poco più, pericolante perché fraintendibile, togliendo con crescente insistenza all’opera lo stile e disperdendone l’autenticità. Questo, oltre all’estetica estremamente pulita, contribuisce a prevaricare il messaggio di partenza e non allarma più sulla situazione climatica contingente, ma intrattiene e distrae: le ragnatele di Webs of At‐tent(s)ion (2018) così proposte non disquisiscono sull’universo per induzione aristotelica, piuttosto evocano nostalgici scenari da horror house, con tanto di specchi deformanti. 
Diversi anni fa, il 2 aprile 2007, il compianto Umberto Eco scriveva sull’International Herald Tribune Magazine, appendice del New York Times, un’intrigante riflessione sul dilagante fenomeno del turismo di massa nei siti storico-artistici, Firenze in particolare, fantasticando se non fosse il caso di aprire una democratica Uffiziland a scopi defluenti. A quanto pare il suo sogno si è avverato.
La flessione assunta da Palazzo Strozzi negli ultimi quattro anni, dalla controversa mostra Ai Weiwei. Libero, ha indiscutibilmente gratificato un aggiornamento verso l’arte contemporanea più o meno attuale, con proposte ad alto impatto mediatico ed economico, pur nutrendo una declinazione decisamente scenografica rispetto a una ricerca accurata, vantando ottime risposte di pubblico. Non da meno è il dispiego di risorse promosso per Aria di Tomás Saraceno, in programma dal 22 febbraio fino al 19 luglio 2020, curata da Arturo Galansino. Argentino, cresciuto in Italia, Saraceno è una delle più ambite figure dell’arte visiva attualmente in circolazione, incarnando sotto molteplici aspetti l’ideale dell’artista del nuovo millennio: piglio giovanile (classe 1973), formazione d’architetto, intuizione imprenditoriale, nonché dotato di una visione aggregante e green economy. Sebbene la sua ricerca suggerisca, con la sua vena mistica e il puntuale e largo coinvolgimento, una proposta efficace e attuale, non dissimile da quel Romanticismo Relazionale propriamente diffuso, il limite di un tale operato è lo squilibrio formale emergente dall’involuzione pratica, che porta a una separazione concettuale ed estetica. Per chiarire, si potrà guardare alla mostra attinente: l’impatto visivo è privilegiato e, in ogni caso, gratificato, data la congeniale e inattesa offerta immersiva con un invito ad alzare gli occhi al cielo che parte dal Cortile e si avviluppa nel Piano Nobile del Palazzo. Intrinseca a questa fruizione è lo statement di Saraceno, utopica proposta volta ad allargare gli spazi di condivisione e coesione, guardando la realtà sopraelevata come possibile occupazione a vita nuova; dai Flying Garden alle Cloud City, l’immaginario dell’autore punta a un credibile progetto ecosostenibile e biointegrante, sintetizzata nell’occasione fiorentina con la massiccia installazione delle sfere specchianti Thermodynamic Constellation, che occupa e ingloba il cortile palatino. 
Eppure, oltre l’effetto iniziale, l’alleggerimento metodico del lavoro di Saraceno scopre il fianco di un’indagine suggestiva e poco più, pericolante perché fraintendibile, togliendo con crescente insistenza all’opera lo stile e disperdendone l’autenticità. Questo, oltre all’estetica estremamente pulita, contribuisce a prevaricare il messaggio di partenza e non allarma più sulla situazione climatica contingente, ma intrattiene e distrae: le ragnatele di Webs of At‐tent(s)ion (2018) così proposte non disquisiscono sull’universo per induzione aristotelica, piuttosto evocano nostalgici scenari da horror house, con tanto di specchi deformanti. 
Persistono alcune criticità imputabili più all’organizzazione che all’indubbia buona fede dell’artista. Nel concepire quanto la novità non può oggi essere considerata metro critico, le similitudini di Saraceno con altri colleghi internazionali (Fausto Melotti, Jeff Koons, Anish Kapoor…) sono ascrivibili, come sopra detto, alla poca considerazione formale del suo lavoro, questione, tuttavia, mal giustificabile se applicata all’offerta della Fondazione: Loris Cecchini nel 2012 con Aerial Boundaries propose nel cortile un’installazione del tutto simile alle lucide e fluttuanti geometrie dell’architetto sudamericano, senza contare che la ragnatela è cifra di Shiota Chiharu (anche lei già in mostra alla Strozzina) e soprattutto di Emanuele Becheri, artista noto proprio per gli “stacchi” dei filati aracnoidi (Impressioni, 2010). Da un’istituzione simile è lecito aspettarsi una ricerca strutturata e non ripetitiva.
Aria, titolo non privo di allusioni sonore, fotografa un aspetto ampiamente diffuso nell’arte contemporanea oggi proposta, quello ludico e popolare, assolutamente innocuo ma dall’identità inevitabilmente sospesa in una doppia negazione, di non-architettura e non-paesaggio, un “campo allargato” per citare Rosalind Krauss, una terra anamorfica ancora in cerca di un nome.

(“Juliet art magazine” n. 197, April 2020)