Paola Volpato

Estetica e conoscenza

By Marco Mantovan

Paola Volpato “Femminicidio” 2015-19, still da video, ambiente realizzato per Museo Civico, Comune di Chioggia, ph di Chiara Beccattini
Parto da immagini che trovo profonde, cariche di senso e poi una chiama l’altra e si creano varchi… di stile, di colore, di spazio, di significato - labirinti da cui a volte non si esce in fretta. Credo che quelle immagini siano nuove icone che contengono significati che vanno oltre la nostra comprensione razionale: sono portatrici di conoscenza e aprono a nuove visioni di mondi. Cerco la multiformità delle cose e definirne almeno alcune e indagarle e porle in un qualche sistema provvisorio e dialogico è un gioco che apre alla comprensione e forse alla creazione di qualcosa di più avanzato.
Quando cominci un’opera ti poni davanti a una “tela bianca” oppure hai già sviluppato l’intero progetto dell’opera?
In genere lavoro per temi - un metodo che avevo iniziato con il mio primo lavoro Otello nel 1986. Per mesi vado a trovare le mie immagini, studio le tecniche, comincio a dare forma alla composizione, ricompongo frammenti di realtà che metto in dialogo tra loro, punti di vista in conflitto che poi abbino anche con ironia o genuina curiosità. Quindi, quando affronto le grandi tele, ho un progetto abbastanza definito sia sul piano costruttivo e sia su quello cromatico.
Dunque, il tuo è un lavoro lento, ponderato. Hai mai provato a procedere istintivamente?
Mi interessa più la scoperta che l’affermazione, più la divaricazione che la chiusura, l’osservazione degli opposti che la loro retorica. Ho una attrazione per le geometrie, le forme naturali, i patterns, i volti. Parto da immagini che trovo profonde, cariche di senso e poi una chiama l’altra e si creano varchi… di stile, di colore, di spazio, di significato - labirinti da cui a volte non si esce in fretta. Credo che quelle immagini siano nuove icone che contengono significati che vanno oltre la nostra comprensione razionale: sono portatrici di conoscenza e aprono a nuove visioni di mondi. Cerco la multiformità delle cose e definirne almeno alcune e indagarle e porle in un qualche sistema provvisorio e dialogico è un gioco che apre alla comprensione e forse alla creazione di qualcosa di più avanzato. Ma ciò si fa facendo, si auto-costruisce dal potere che ha ogni immagine e dai legami che lancia alle altre immagini e spazi e colori. Forse questo intendeva Picasso dicendo io non cerco trovo… Dunque, per rispondere alla domanda: il mio lavoro si può dire lento ma istintivo, ponderato ma non premeditato.
Recentemente hai realizzato alcuni video. Mi riferisco il particolare a Fire Games presentato alla villa Da Porto di Montorso Vicentino e a Femminicidio 2015-2019 allestito per il Museo Civico di Chioggia. Come giudichi questa esperienza?
Nei lavori video c’è la componente sonora che, legandosi alle immagini, ne rafforza la profondità e crea una ulteriore dimensione. Il video inoltre consente un flusso alle immagini - come fossero pensieri. In Fire Games (2019) ho messo in dialogo e in contrasto tra loro più video in una continuo interrogarsi, la multiformità si esprime in movimento nel tempo. In Femminicidio, ho lavorato con i 520 ritratti in china delle donne uccise in Italia dal 2015 e ho creato una istallazione con una multiproiezione video (si veda). Ciò mi ha consentito di costruire un ambiente immersivo, un coinvolgimento emotivo e sensoriale che era il fine di quel lavoro. L’esperienza video è affine nel metodo al mio modo di vedere ed è capace di rafforzare le opere con la sua precipua capacità di plasmarsi sulle superfici espositive.
Le tue ultime opere affrontano temi come la natura e il genere. Ti senti una artista sociale?
L’opera non può diventare didascalica o politica in senso declamatorio e neppure vuota, decorativa, compiacente, superficiale... Potrei dire che conosco attraverso l’estetica. Credo che le immagini siano iconiche. L’albero, per esempio: da un tronco si diramano rami sempre più articolati ed espansi ed è bello perché contiene la rappresentazione della conoscenza stessa che si divarica, si espande. La bellezza è imprescindibile dalla verità e l’arte – che è il nostro tentativo di mostrarla – si trova faccia a faccia con una realtà di rapporti degradati tra i viventi. Le donne e la natura ne sono le principali evidenze: in questo schema di mondo sono asservite, violentate, uccise e proprio per questo sono potenziali portatrici di nuove visioni. Conosco la discriminazione insensata verso il genere femminile e la mia personale scommessa è stata quella di poter avere la conoscenza arcaica di madre ed essere artista. Una scommessa a cui la società, anche artistica, è di ostacolo.

(“Juliet art magazine” n. 198, Giugno-Settembre 2020)