responsive website templates

La Piramide

A Tokyo

By Angelo Andriuolo

Veduta d’insieme di Piramide Building. Photo by Lamberto Rubino
A Tokyo, nel cuore di Minato Ku ( il quartiere del porto) e a due passi da Roppongi Hills, c’è una Piramide. È un po’ defilata, in una stradina laterale, nascosta all’interno di un edificio che all’esterno sembra grigio e anonimo e che, guarda caso, si chiama proprio “Piramide Building”. 
Una struttura di cristallo e acciaio, chiara ed evocativa citazione (in miniatura) di quella ben più famosa realizzata dall’architetto Ieoh Ming Pei per il Louvre. 
Dell’esistenza di questo posto avevo avuto notizia qualche anno fa, leggendo dell’apertura, il 7 giugno 2017 (con una mostra dell’oramai centenario Pierre Soulages, in questi giorni in esposizione presso la sede di Shangai, uno dei massimi esponenti della pittura informale oltre che il più costoso artista francese vivente) di una sede, anche qui a Tokyo, della celeberrima Galleria Perrotin. 
In primo luogo ci si accorge che il luogo, una volta entrati al suo interno, acquista una spiccata e decisa personalità. Come per magia le geometrie del palazzo sembrano fondersi con gli altri edifici nelle vicinanze come se il tutto fosse parte di un unico progetto architettonico disegnato sullo sfondo del cielo edochiano, regalandoci un colpo d’occhio che, da solo, vale la visita al complesso. 
La seconda scoperta ha un po’ il sapore zuccherino di una storia a lieto fine. L’edificio ospita molte gallerie d’arte (oltre la citata Perrotin anche Ota Fine Arts, Zen Foto, Wako Works of Art, Yutaka Kikutake, London Gallery e Taro Nasu): inevitabile chiedersi il perché di un tale accentramento. 
In passato, dal 2003 al 2008, esisteva a Roppongi un altro edificio, di proprietà e gestione della Mori Building Co, totalmente incentrato e focalizzato sull’arte. Come spesso succede a Tokyo, a causa di nuovi progetti immobiliari, i contratti di locazione non furono rinnovati e le gallerie, sfrattate, dovettero, giocoforza e in velocità, trovare nuove allocazioni disperdendosi in vari quartieri della città. 
Il 18 febbraio del 2011 quattro di queste gallerie “esiliate” stipularono contemporaneamente un contratto con la proprietà del Piramide Building riappropriandosi in questo modo del loro quartiere storico. 
Negli anni successivi arrivarono, poi, anche gallerie, a ribadire, se ce ne fosse bisogno, che un modello aggregato di Galleria Complex, capace di attirare visitatori e attenzione, può essere, con le sue economie di scala, vincente in un mercato in cui è sempre più complicato (e dispendioso) muoversi. 
Non potendo, per ovvie ragioni, parlare di tutte le gallerie di Piramide Building, ci focalizzeremo su quelle che, per ultime, hanno aperto (o riaperto) qui i loro spazi espositivi. 
La Galleria Perrotin (nel 2017) e la Taro Nasu (nel 2019). 
Alla Perrotin, situata al primo piano (in Giappone significa al pianterreno) del complesso, visitiamo “Avalon”, una personale della giovane (Austin, 1979) pittrice texana, Emily Mae Smith. L’artista, la cui pittura spazia fra un mix di simbolismo, surrealismo e pop art, con la sue opere ci offre, in maniera elegante, argute visioni di sprazzi di realtà, politica e sociale. 
Sessualità, violenza di genere, capitalismo, condizione della donna: temi seri e drammatici vengono affrontati con il velo dell’ironia e del colore, come in una favola Disneyana, ma poi, l’attenzione trasforma ogni opera in un drammatico distillato di leggerezza che diventa concetto e, l’inevitabile riflessione che segue, in un vero concentrato di satira accusatrice. 
Il vacuo apparente, l’umorismo e il sorriso diventano “equalizzatori” di soggettività, aiutando i fruitori dell’opera a recepire con maggiore facilità contenuti che altrimenti risulterebbero ostici e difficili. Un esempio preciso lo troviamo con l’utilizzo di quello che si può considerare il suo Avatar pittorico: una scopa (che nel profondo si sente e si vede anche serico pennello) denuncia la condizione attuale della donna, schiacciata e annichilita dai troppi ruoli (lavoratrice, ma anche madre, amante, “manager” della casa e cento altre cose). Come nel dipinto (“Gleaner Odalisque” 2019, olio su tela, 129,5 x 170,2 cm), adagiata con la voluttà e la sensualità di un’odalisca, ma pur sempre scopa. Un soggetto che diventa oggetto per ritornare Soggetto del Pensiero.
Così, anche il titolo della mostra, “Avalon”, si chiarifica: certo, è l’Isola immaginaria legata al mito di Re Artù (l’isola delle mele), ma anche il nome della città dalla quale proviene Kirara Reno (la protagonista di Kirara Princess), un Manga legato a filo doppio con il mondo Disney e le sue protagoniste femminili (positive o negative: Biancaneve, Cenerentola, Ariel, Ursula e Grimilde).  
La pennellata iperrealistica di Emily Mae Smith è leggiadra distensione di oli tenui e trasparenti, sottili ed eterei, affinché la luce passi “nel dipinto” così come il raggio solare passa nell’acqua di uno stagno. 
Dopo questa artista, da Perrotin, il protagonista è stato Takashi Murakami (“Doraemon Superflat”, fino al 25 gennaio 2020), con il suo inconfondibile e originale stile Po-Ku (Pop e otaku). 
La Taro Nasu Gallery è al quarto piano dell’edificio. Dopo lo “sfratto” da Roppongi, nel 2008, si era insediata, creando, dal nulla e in una zona tutto sommato senza grandi attrattive, un vero e proprio nuovo polo dell’arte, nel quartiere di Bakurocho, verso il Sumida River. 
La possibilità di poter avere un nuovo e prestigioso spazio, con tre sale espositive (progettate da Mount Fuji Architets Studio) fianco a fianco ad altre prestigiosissime gallerie, ha fatto decidere la proprietà per un ritorno a Roppongi. 
Interessantissima la personale del poliedrico Ryoji Ikeda che ci troviamo a visitare, molto ben accolti dalla gentilissima Shino Ozawa, direttrice dello spazio. 
Ryoji Ikeda, nato nella prefettura di Gifu nel 1966, oltre che un grande artista visivo è anche un compositore (viene annoverato fra i maggiori esponenti della computer music contemporanea ed è considerato un pioniere della musica astratta). È conosciuto anche in Italia per aver partecipato alla Biennale di Venezia del 2019. 
La sua ricerca si indirizza verso nuove frontiere sensoriali in cui vista e udito possano trascendere dalla loro unicità per amalgamarsi, attraverso la performance e l’installazione, in un nuovo “unicum” che comprenda entrambi. 
Un nuovo linguaggio fatto di suoni scarnificati e di effetti visivi digitali trova origine in complessi algoritmi che usano la matematica per “fotografare” la realtà che ci sta intorno. Un modo per penetrare l’Universo attraverso uno Stato di espansione della percezione di vista e udito… una specie di “Altered States” indotti dalla stimolazione sensoriale piuttosto che, come nel famoso film di Ken Russell, dalla sua deprivazione. A seguire una personale di Ann Truit (artista minimalista statunitense scomparsa nel 2004).
Grandi gallerie, grandi artisti, grandi mostre: la piccola Piramide di Tokyo continuerà, speriamo ancora per molto tempo, ad affascinarci. 

(“Juliet art magazine” n. 196, February 2020)