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Giovanni Gastel
Selected works

By Rita Alessandra Fusco

Veduta parziale della mostra “Selected Works” di Giovanni Gastel alla Galleria Blu di Prussia di Napoli, ph Angelo Marra, courtesy Blu di Prussia
Ciascuno di noi ha qualcosa che lo differenzia dagli altri, già nella genetica, nel DNA. Se poi trovi delle differenze scavando nel tuo profondo vedi tutto il creato da un punto che è distonico da quello degli altri. Io ho trovato la mia differenza e attraverso questo mi scollego un attimo dal resto e vedo il mondo da una percezione diversa
Le foto di Giovanni Gastel saranno esposte fino al 31 gennaio 2020 nella galleria “Al Blu di Prussia”, in una elegante mostra – specchio riflesso dei suoi lavori e della sua personalità – che lo vede protagonista, per la prima volta, a Napoli. Con l’autore abbiamo fatto una chiacchierata.

Iniziamo col parlare della tua mostra napoletana alla galleria Al Blu di Prussia. “Selected works”, il titolo, suggerisce una selezione di lavori tra i lavori? Quali sono stati i criteri di scelta? 
La mostra è nata da una proposta della galleria Blu di Prussia e ho accettato ben volentieri non avendo mai fatto una mostra a Napoli. Mi sono affidato completamente alla curatrice Maria Savarese, come faccio di solito, poiché concordo con quanto detto da Germano Celant, quando sostiene che gli artisti sono assolutamente incapaci di scegliere le opere da esporre perché hanno troppi coinvolgimenti emotivi. Forte di questo insegnamento, ho lasciato la massima libertà alla curatrice che ha fatto delle scelte nelle quali mi riconosco molto.
Tu parti dal fotografare soggetti legati al mondo della moda, per poi approdare al mondo dell’arte. Numerose le tue mostre, tra cui Milano, Como, Parigi… eri già consapevole del tuo percorso, volevi arrivare al mondo dell’arte o ci sei finito per caso, nel tempo?
Io non ho pensato subito al mondo dell’arte ma ho sempre pensato che la mia fotografia dovesse lentamente arrivare a una duplice chiave di lettura: contingente allo scopo per cui era stata fatta ma nello stesso tempo volevo stare un po’ fuori dai trend del momento, tant’è che le mie foto sono difficilmente databili, per poi così dare alla fotografia una seconda vita, nel tempo, per non circoscriverla solo alla rivista per la quale era stata scattata. Il fatto che i collezionisti non mi chiedano la genesi di una foto, per chi o cosa è stata scattata, vuol dire che sono riuscito nel mio intento di creare delle opere che vivono al di fuori della loro funzione primaria.
Infatti, tu metti d’accordo tutti: piaci agli esperti del settore, a chi sfoglia le riviste di moda e ai critici d’arte, a coloro che frequentano mostre, poiché riesci a mettere sullo stesso piano la bellezza oggettiva e quella soggettiva, che si riesce a percepire nella costruzione delle tue immagini. Riesci a costruire delle storie in uno scatto, che raccontano quello che vediamo e tanto altro, scavando nel profondo. C’è stato un momento in cui hai sentito che il tuo lavoro stava cambiando direzione? O meglio che stava prendendo più direzioni? Dalle copertine alle gallerie d’arte, ai libri, tra cui la tua biografia nel 2015, “Un eterno istante-la mia vita”?
Ci sono stati dei momenti importanti, la prima copertina o la prima mostra fatta però c’è da dire che io sono molto legato alla foto del giorno. Non so come spiegare: io ho capito che per stare nel tempo non devo pensare al tempo, devo scollegarmi anche dalle cose: io credo che per stare nel mondo in un certo modo devi trovare qualcosa che ti differenzia dal resto. Questa è un po’ la mia filosofia, perché ciascuno di noi ha qualcosa che lo differenzia dagli altri, già nella genetica, nel DNA. Se poi trovi delle differenze scavando nel tuo profondo vedi tutto il creato da un punto che è distonico da quello degli altri. Io ho trovato la mia differenza e attraverso questo mi scollego un attimo dal resto e vedo il mondo da una percezione diversa. Il prezzo da pagare è la solitudine, ovviamente: se tu lavori su quello che ti differenzia dagli altri, ti ritrovi da solo; però un buon creativo non ha altra scelta. Io nelle mie foto racconto quello che scatto e me stesso e mentre sto raccontando quel messaggio penso già a quello che racconterò con un altro scatto. 
Come nasce un tuo scatto? Puro istinto o anche razionalità?
Lo scatto arriva in maniera istintiva ma nelle mie foto risiede tutta la multidisciplinarità che mi appartiene. Io leggo molto, scrivo poesie, mi occupo di fisica quantistica… ecco, tutto questo mio mondo, tutto quello che so lo metto insieme e in qualche modo ritorna nelle mie foto. Lo stesso Leonardo Da Vinci ha affermato, in una piccola postilla del “Codice Atlantico” che la cosa più sbagliata da fare è dividere le cose: dividere la medicina dalla filosofia, la filosofia dalla scienza, diceva: “Ricordatevi che l’uomo è uno e l’universo è uno, tutto è connesso”, l’uomo è connesso con tutte le discipline. Anche io cerco quell’alchimia, cerco di connettere tutto, la foto deve avere più piani di lettura e nello stesso tempo la libertà del coinvolgimento di chi la guarda, per aderire e per pensare. Comunque, il mio scatto è istintivo sebbene il momento in cui la foto mi piace è sempre lontano, non è istantaneo. 
Hai più volte dichiarato di essere stato un autodidatta, però avrai avuto dei punti di riferimento nel mondo della fotografia?
Sì, guarda, io ho sempre vissuto per questioni familiari in case molto classiche, neoclassiche soprattutto. Sono stato abituato da ragazzino a vivere in mezzo a statue di stampo classico, a quadri altrettanto antichi e, quindi, penso che certi ideali di bellezza mi siano stati inculcati così. Poi mia madre era abbonata alla rivista americana Harper’s Baazar e lì c’erano Penn e Harrison… ed io per la prima volta ho capito che gli ideali di bellezza femminile greco-romana, l’eleganza come valore morale, il rispetto, si potessero ancora attualizzare in foto moderne: io sono modernissimo da un certo punto di vista, ma antico da un altro. E questo l’ho capito attraverso il lavoro di Penn e Harrison, che sono stati proprio i miei padri spirituali. Dal punto di vista, invece, di apprendimento tecnico, sono un autodidatta.
Non posso non parlare con te di cinema. Immagino ci sia un rapporto più che familiare, ma a tal proposito mi piacerebbe sapere quanto e se è stato importante per il tuo lavoro.
Luchino dici?
Luchino (Visconti, suo zio n.d.r.) e il cinema in generale, strettamente connesso col mondo della fotografia.
Mah, io non ho mai fatto cinema; ho fatto teatro, sono stato attore dai dodici ai sedici-diciassette anni. Poi ho scritto poesie parallelamente alla fotografia. Però il cinema l’ho vissuto attraverso lo zio, certo. Sono stato con lui spesso sui set, a vederlo girare, a respirare quell’atmosfera… ma non ho mai sentito la necessità di farlo. Mi piace molto vederlo, mi interessa molto e da Luchino ho preso per lo più un metodo, quello di concepire le opere non per fama o per soldi, ma per il piacere della creazione di un’opera.
Hai più volte dichiarato la volontà di far diventare l’eleganza un concetto etico. Io credo che non sia una cosa impossibile, però mi piacerebbe sapere quanto è stato difficile iniziare a lanciare questo messaggio nel mondo della moda, fatto di atmosfere pop e copertine all’ultimo grido. Le tue foto, al contrario, rimandano alla pittura di Boldrini, al tardo manierismo, al neoclassicismo: insomma, a qualcosa di apparentemente lontano rispetto alla realtà nella quale ti sei relazionato nel tempo.
Devi sapere che io sono il settimo figlio, allevato da genitori molto anziani, in posti molto chiusi, che mi avevano abituato a un mondo che poi non ho mai ritrovato nella realtà, oltrepassato il cancello di casa. Infatti, son rientrato dentro e gli ho chiesto; “Scusate dov’è questo mondo al quale mi avete abituato? Di gentiluomini e nobildonne, la patria, la bandiera e l’onore…”; insomma, io non ce l’ho con questo mondo – molto probabilmente come diceva Leibniz è il migliore dei mondi possibili – però non ero attrezzato per questo mondo e l’unica cosa che dovevo e potevo fare era quello di raccontare l’altro mondo, quello nel quale ero cresciuto, con la fotografia. L’ho fatto per anni, mi sono così difeso e, di conseguenza, ho costruito quell’ideale di bellezza per difendermi.
Che poi quest’ideale mi sembra sia arrivato anche a una parte di quella realtà che non hai riconosciuto come tua, quando hai oltrepassato quel cancello di casa…
Guarda, pare proprio di sì: molto di più di quanto credevo. Persone che, come me, credono in quest’ideale di bellezza e di eleganza. A Napoli, come risposta al mio messaggio fotografico, ho avuto milleduecento ingressi, solo all’inaugurazione. Questo vuol dire che c’è tanta gente che crede, come me, in questi valori che cerco di trasmettere.

(“Juliet art magazine” n. 196, February 2020)