Galleria Continua festeggia il

suo trentennale

By Luca Sposato

Galleria Continua
L’egemone traguardo trentennale raggiunto dalla Galleria Continua che, dall’appartata San Gimignano, è riuscita a consolidare una dimensione globale, aprendo succursali in ogni angolo del pianeta, suggella una qualità dell’arte contemporanea o, meglio, di tutta l’arte, troppo spesso scontata e disattesa: la durata.
L’egemone traguardo trentennale raggiunto dalla Galleria Continua che, dall’appartata San Gimignano, è riuscita a consolidare una dimensione globale, aprendo succursali in ogni angolo del pianeta, suggella una qualità dell’arte contemporanea o, meglio, di tutta l’arte, troppo spesso scontata e disattesa: la durata.
Scansando, ovvio, le considerazioni temporali sull’oggetto-opera, viene opportuno osservare la transitorietà dell’arte dal punto di vista privilegiato di una galleria di settore che, per quanto investita di una ricerca artistica culturalmente acuta, non si esime da logiche di mercato determinanti per la natura del mestiere. Se gli artisti interpellati per l’anniversario variano tra una partecipazione specifica (le esposizioni di Daniel Buren, Michelangelo Pistoletto e JR nelle rispettive sedi della galleria nel centro di San Gimignano, dal 26 settembre 2020 fino al 10 gennaio 2021), una scelta collezionistica (“Il vino dell’arte” e “Le radici dell’arte”, evento voluto e curato da Philippe Austruy nella sua Tenuta Casenuove a Panzano in Chianti) e un reenactment territoriale (le installazioni promosse negli anni dall’Associazione Arte Continua di Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Kiki Smith, Antony Gormley, Mimmo Paladino e Sol LeWitt), l’elemento accomunante è scandito proprio dall’oscillazione tra tempo vissuto e tempo percepito, condizione necessaria in questa epoca pseudo romantica. La durata suddetta dipende anche dall’ “ampiezza” degli artisti: oltre la dimestichezza tecnica, in particolare la gestione di dimensioni monumentali, è rilevante la scelta di ricerche che annullano lo spazio fisico, in bilico tra una fruizione esperienziale e un invito a saggiare la visione ultra-umana, una fotografia del proprio Io astrale. In questo ruolo paradossale di dover essere attuale e storica, la Continua celebra il suo compleanno tentando di zuccherare un presente contingente anziché focalizzare panorami futuribili, restituendo un’atmosfera durevole e imbevuta di nostalgia, in virtù di un tempo ciclico che ritorna medesimo. Viene distensivo e opportuno analizzare gli eventi nella loro autonoma esposizione, cogliendo il fil rouge curatoriale sull’adeguamento spaziale.
DANIEL BUREN: TEMPO MATEMATICO. La dimensione filmica dell’opera di Buren (“Fuori tempo, a perdita d’occhio”) instaura un rapporto coercitivo con il pubblico, pur mantenendo una coerenza di fondo con la propria ricerca plastica. L’opera tratta l’ambizioso progetto di elencare tutto il repertorio del Buren coltivato in più di mezzo secolo di carriera, attraverso la registrazione video. Il tempo calcolato del filmato, ben 6 ore e 24 minuti, rende impossibile una fruizione effettiva ma svela un rigor logici dell’autore che sottomette la temporalità del suo operato a un libero arbitrio quantitativo: essendo incredibilmente esteso il suo corpus installativo disseminato per il mondo, il risultato tra un contatto diretto e una riproposizione su schermo della totalità di esso sostanzialmente non cambia se non in una percepibile adesione spazio-temporale.
La natura rizomatica di questa sorta di Opera-Omnia garantisce persino modifiche e ampliamenti successivi, elevando il montaggio come effettivo gesto artistico; riflettendo sulle considerazioni di Ėjzenštejn riguardo il Piranesi, in particolare sulla “fluidità delle forme”, viene da considerare il lavoro di Buren come un’opera di traduzione, un’acquaforte estemporanea colta non tanto nella sua interezza quanto nel suo sommario passaggio di stato.
JR: TEMPO FISICO. Ponendo l’accento sul carattere liturgico, l’artista francese JR (al secolo Jean René) si lascia anch’egli, come il connazionale Buren, infatuare dal Cinema benché battendo un percorso alternativo alla costruzione archivistica. “Omelia Contadina”, cortometraggio fresco di presentazione alla 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2020), nato dalla collaborazione con la regista Alice Rohrwacher, è la caricatura di un rituale funebre occidentale, girata in un solo giorno (il 2 novembre 2019) sull’Altopiano dell’Alfina, allo scopo di sensibilizzare sulla realtà contadina dell’Italia centrale, vittima suo malgrado della preponderanza delle industrie agroalimentari.
Condita da una performance evocativa, la mostra diviene una reiterazione foto-simbolica del video proiettato nella sede principale della Galleria, un ex-cinema, non privando il contesto di notevoli suggestioni scenografiche, cifra del giovane autore. Per quanto le tematiche sociali e la sacralizzazione del mondo rurale manifestino un matrice romantica, la magnificazione del passato è invero completamente assente in merito di una stasi temporale decisamente subìta più che indotta dall’artista, legato a schemi adatti alle geometrie urbane rispetto ai campi aperti. L’anamorfismo ricercato nella vecchia sala cinematografica è un’azione “concreta” incentrata soprattutto sulle forme e sull’immagine anziché sull’espressività e sulla poetica pretese nell’opera video: questo contribuisce a creare un tempo materiale e fisso, un’apnea visiva.
MICHELANGELO PISTOLETTO: TEMPO METAFISICO. Anziché una catalogazione “fantasma” come Buren, o un accumulo decostruente come JR, il maestro Pistoletto ricorre a una soluzione più pulita e diretta, nonché di fruizione più attiva da parte dello spettatore. Le sue rinomate superfici specchianti, in questa proposta narrativa con le serigrafie di nudi giovanili e gioviali, assumono una connotazione estraniante e lusinghiera, complice la spazialità illusoria e il contrasto emergente tra le rappresentazioni spoglie e il riflesso di un pubblico agghindato e per di più “mascherato” per cause di forza maggiore: di fronte a questa consapevolezza, la percezione temporale si allarga e scruta una panoramica extra-sensoriale, cadenzata dal progressivo decorso del tempo reale che riaffiora solo usciti dall’edificio. Scriveva Henri Bergson: “se uno stato di coscienza cessasse di cambiare, la sua durata cesserebbe di fruire”.
Non mancano riferimenti classicisti tipici di Pistoletto, dalle pose rinascimentali alla, ormai consueta, malia biblica, con quel primitivismo pre-edenico così lontano eppur così vicino all’attualità da equilibrare tutte le immagini proposte (reali o irreali) in un’organica sospensione. “Messanudo” non nasconde, inoltre, la volontà celebrativa dell’arte (e dell’artista?) come sistema mistico necessario, la tautologia per eccellenza, il segno dell’umanità stessa.
PANZANO IN CHIANTI. Sull’operazione espressa a Panzano in Chianti, con opere di Loris Cecchini, Pascale Marthine Tayou e il duo Sun Yuan & Peng Yu, va notato il propositivo concetto di tornare al contatto terricolo, sebbene privo di qualsiasi velleità verista, piuttosto adibito per una complessa mise en scène non priva di un certo edonismo. Pensiero ripreso nella rievocazione delle opere installante durante le varie edizioni dell’iniziativa “Arte all’Arte”, toccando, oltre San Gimignano, anche le vicine Poggibonsi e Colle Val d’Elsa, quest’ultima divenuta l’attuale location, precisamente nel giardino del Palazzo Pretorio, di una seconda versione (ora permanente) di “Concrete Blocks” di Sol LeWitt, simbolo di questa sincronicità ribadita. 
Invero, l’efficacia della celebrazione risiede proprio nella verosimiglianza a un tableu vivant contemporaneo, godibile, del resto, soprattutto nel momento inaugurale: speculando sul pensiero del Derrida (“non si può pensare la traccia a partire dal presente, o dalla presenza del presente”), la comune caducità, forte sul tempo presente, dei lavori esposti ne rivela la potenza di opere senza traccia: è questo il segreto della durata, lo stesso che si ripete medesimo, ritorna perché non ci ha mai lasciato.

(“Juliet art magazine” n. 200, Dicembre 2020-Gennaio 2021)