Franco Toselli

+spazi

By Roberto Vidali

Antonio Sofianopulo “L’Io l’Es” 2018, olio su tela, cm 60 x 80, courtesy Franco Toselli
Dire che in questo libro troviamo un pezzo di storia dell’arte contemporanea è dire troppo poco: qui ci sono documenti, rimandi, confronti, immagini che ci aiutano a ricostruire un percorso di cinquant’anni di attività di un gallerista che ha avuto fede nell’arte e allo stesso tempo troviamo sullo sfondo una cronologia che ci fa vedere le analogie e i numerosi contrappunti che la avvaloravano. Il numero degli artisti che sono transitati, negli anni, attraverso i suoi spazi espositivi è davvero impressionante e le poetiche che emergono sono parte di ben specifiche singolarità, perché non appartengono semplicemente a un solco monolitico, ma sono parte integrante di una varietà del pensiero che ci permette a tutti noi di respirare in piena libertà. Franco Toselli è stato un grande protagonista della cultura visiva di questi ultimi cinquant’anni e di certo tutto il suo lavoro sta in buona compagnia, rispetto al panorama italiano,
Già da alcuni mesi, a firma di Germano Celant, Johan & Levi editore ha pubblicato “+spazi Le gallerie Toselli” (2019, 680 pp, 75.00 euro): si tratta di una summa ragionata sull’attività della Galleria Toselli (dalla prima apertura, a Milano, in via Borgonuovo, nel 1967, fino alla chiusura della sua ultima sede, di via Pagano, nel 2016) e del panorama internazionale che ha fatto da sfondo a quell’immenso lavoro. Dire che in questo libro troviamo un pezzo di storia dell’arte contemporanea è dire troppo poco: qui ci sono documenti, rimandi, confronti, immagini che ci aiutano a ricostruire un percorso di cinquant’anni di attività di un gallerista che ha avuto fede nell’arte e allo stesso tempo troviamo sullo sfondo una cronologia che ci fa vedere le analogie e i numerosi contrappunti che la avvaloravano. Il numero degli artisti che sono transitati, negli anni, attraverso i suoi spazi espositivi è davvero impressionante e le poetiche che emergono sono parte di ben specifiche singolarità, perché non appartengono semplicemente a un solco monolitico, ma sono parte integrante di una varietà del pensiero che ci permette a tutti noi di respirare in piena libertà. Franco Toselli è stato un grande protagonista della cultura visiva di questi ultimi cinquant’anni e di certo tutto il suo lavoro sta in buona compagnia, rispetto al panorama italiano, con altri galleristi del peso di Gian Enzo Sperone, Lucio Amelio, Fabio Sargentini, Giuseppe Morra. Tra gli artisti che sono passati attraverso gli spazi delle sue gallerie, possiamo ricordare (in ordine alfabetico e tralasciandone fin troppi) i nomi di: Peter Angermann, Alighiero Boetti, Daniel Buren, Francesco Clemente, Tony Cragg, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Bonomo Faita, Piero Gilardi, Dan Graham, Jan Knap, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, Robert Mangold, Mario Merz, Luigi Ontani, A.R.Penck, Paola Pezzi, Emilio Prini, Salvo, Richard Serra, Antonio Serrapica, Antonio Sofianopulo, Lawrence Weiner... 
La prima domanda è: come sei riuscito a mettere insieme tutti questi artisti? Quanti sono?
È vero gli artisti vedevano la galleria come un riferimento, come progetto di mostra. Alcune di queste mostre fanno parte della leggenda Toselli come quelle realizzate con Paolini, Fabro, Boetti, Serra, Asher e tantissime altre. La mia galleria è nata come galleria di ricerca e come tale ancora vive. Molti artisti, una continua idea di proposta, non una galleria di rappresentanza, ma un pensiero in continua evoluzione fino a portofranco. Solo questo è il motivo delle tante mostre e dei tanti artisti.
Capisco che gli artisti ti hanno cercato, ma molte volte anche tu sei andato alla ricerca degli artisti, anzi, direi che hai anticipato tante situazioni e tanti sviluppi successivi...
Ho sempre cercato l’artista per la mostra e non ho mai amato gli accrochages. Anche nelle fiere combinavo la sequenza delle opere come una mostra: desideravo esporre lo spazio totale di Nigro accanto a un tramonto di Salvo e vicino la lattuga di Mario Merz che ogni giorno dovevo sostituire; così dalla fiera passavo spesso al mercato di frutta e verdura, e questo perché la lattuga di Mario andava venduta freschissima. Ricordo Richard Tuttle che portava gli amici per vedere il mio allestimento ad Art Basel. Per me la mostra è la condizione ideale per dialogare con l’artista e cogliere la vera natura del lavoro. Quasi sempre un progetto prende forma nello spazio della galleria. Forse gli artisti mi frequentano perché sanno che il pensiero dell’arte è la vera motivazione del mio lavoro. Non è un caso che Emilio Prini abbia realizzato lo sterramento Toselli al museo di Strasburgo.
Tu esordisci nel 1967, con la tua prima sede in via Borgonuovo: gli anni erano quelli di un’espressione artistica nel solco della cultura processuale e disseminativa, come hai vissuto il passaggio dagli anni della durezza ideologia a quelli della leggerezza?
In quel periodo guardavo molto il lavoro di Mario Merz: nessuna durezza ideologica ma una grande energia di natura cosmica che si diluiva nella delicatezza della poesia e del disegno. I suoi scritti sono per me una fonte preziosa e rispondono alla vera natura dell’arte. Allora desideravo esporre gli artisti dell’Arte Povera e i concettuali americani di cui riconoscevo la straordinaria vitalità. Questa energia in espansione ha occupato lo spazio della mia galleria. Objet cache toi è un lavoro di Mario del ‘68, dove l’arte coincide con l’ideologia. Il pensiero dell’arte ha una sua natura, non sono io a decidere... gli angeli di Jan Knap non erano previsti, così come non erano previsti i tramonti di Salvo e i disegni di Lisa Ponti. È stato l’inizio della soft revolution, e una mostra alla Triennale di Milano, curata da Elena Pontiggia con gli artisti di portofranco nell’estate del 2018, ne è stata una conferma.
C’è qualche aneddoto degli anni Sessanta che vorresti ricordare?
Posso raccontare di un viaggio in Germania con Franz Dahlem e la sua Mercedes nell’estate del 1969. All’epoca Franz Dahlem era socio di Heiner Friedrich con cui lavoravo per le opere di Bob Ryman: con lui ho visitato gli studi di Franz Erahrt Walther, Sigmar Polke e Gerhard Richter. Polke mi diede un’opera bellissima, Carl Andre in Delft, ora al museo di Colonia, e se non l’hanno cancellata, dietro all’opera c’è una dedica a Franco. Quando incontrai Richter e vidi i suoi paesaggi non capii: mi sembrava un Warhol rivisitato; fu un’incredibile opportunità gettata al vento. Fu il viaggio di un giorno a 200 all’ora, dato che Dahlem non aveva limiti di velocità.
In questa tua lunga e feconda attività di gallerista c’è qualche altra mostra che rimpiangi di non essere riuscito a fare?
So di non aver fatto una mostra di fiori di Salvo e di non aver concluso una collettiva dedicata all’asino e una mostra di Anselm Kiefer, con cui dialogavo già negli anni Ottanta.
Tu chiudi ufficialmente l’attività di gallerista nel 2016, ma in realtà non ti sei mai fermato: ancora adesso continui a produrre mostre con i tuoi artisti più giovani. Quali sono gli obiettivi che, oggi, ti proponi?
Fino a quando sei nel pensiero dell’arte il lavoro continua. Microbus è il titolo di una mostra sulla fragilità: oggi penso che la fragilità sia una difesa. Microbus è il grillo di un racconto di Jean Cocteau scritto per Charlie Chaplin; ha ispirato la mostra con gli acquarelli di Braghieri e le piccole sculture di Kazumasa... solo fiori. Hanno chiesto a Jean Cocteau cosa salverebbe della sua casa-museo in caso d’incendio, “il fuoco” ha risposto...
Quindi procedi con gli autori di portofranco oppure sei disposto ad ascoltare anche nuove proposte?
Portofranco è un inno al quotidiano: le grandi imprese dell’arte che hanno coinvolto oceani e foreste con la grande economia io le ritrovo oggi in portofranco con pochi spiccioli in due locali più cucina abitabile con un vaso di fiori dipinto da Forese nel giardino di Lisa Ponti che guarda la ferrovia. Quasiarte è il titolo di una mostra, così come hotelacquarello è una mostra sempre sulla fragilità. Ho incontrato il terzo figlio della fiaba e da lui non mi separo: è questa la condizione per il sogno dell’arte di Gabriele Turola, un vero futurista. Per ora continuo a proporre mostre in questa direzione, sebbene nell’arte, da un momento all’altro, possa accadere di tutto.

(“Juliet art magazine” n. 197, April 2020)