Espace Louis Vuitton 

“Tokyo Omotesando”

By Angelo Andriuolo

vista parziale della mostra “COMING OF AGE Tokyo” all’Espace Louis Vuitton Tokyo, photo by Lamberto Rubino
Il luogo è di grande impatto e, con i suoi soffitti alti 8,45 metri e un’area complessiva di 193 mq, regala ai visitatori l’impressione di trovarsi in un fluttuante “spazio aereo”, come circondati da un bozzolo di vetro e acciaio. Una gemma nascosta, un piccolo tesoro ancora poco conosciuto, e di conseguenza, relativamente poco visitato dal grande pubblico a causa della “timidezza” di molti a varcare la soglia di un negozio con articoli certamente non alla portata di tutte le tasche e che, in qualche maniera, incute un po’ di reverenziale timore. Ma una volta preso il coraggio di superare la soglia si è accolti da due impeccabili e ossequiosi “doormen” che con gentilezza estrema ti accompagnano all’ascensore che porta alla Galleria; e di darsi un po’ di coraggio ne vale davvero la pena, dato che le mostre proposte sono sempre di un eccezionale livello qualitativo
Continuando il progetto iniziato cinque anni prima, il 10 gennaio 2006 a Parigi, con l’apertura dell’Espace Culturel al 7° piano della Maison Louis Vuitton agli Champs-Elysée, nel 2011 la  Fondazione Louis Vuitton ha aperto anche a Tokyo uno Spazio dedicato all’Arte Contemporanea con la trasformazione in Galleria, gratuita e aperta al pubblico, dell’intero settimo piano del suo negozio di Omotesando (Shibuya-Ku), la grande ed esclusiva strada che, da Minami Aoyama, porta al Tempio Meiji. 
Il progetto è poi continuato con l’implementazione degli Espace anche a Monaco, Venezia, Pechino e Seoul.
L’Espace di Tokyo è stato progettato dall’architetto giapponese Jun Aoki (Yokohama, 1956) che si è ispirato a una immagine di tronchi accatastati l’uno sull’altro in magnifica coesistenza ed equilibrio con la strada alberata di maestosi alberi di zelkova alti fino a trenta metri che seguono il percorso del sottostante viale.
Il luogo è di grande impatto e, con i suoi soffitti alti 8,45 metri e un’area complessiva di 193 mq, regala ai visitatori l’impressione di trovarsi in un fluttuante “spazio aereo”, come circondati da un bozzolo di vetro e acciaio. Una gemma nascosta, un piccolo tesoro ancora poco conosciuto, e di conseguenza, relativamente poco visitato dal grande pubblico a causa della “timidezza” di molti a varcare la soglia di un negozio con articoli certamente non alla portata di tutte le tasche e che, in qualche maniera, incute un po’ di reverenziale timore. Ma una volta preso il coraggio di superare la soglia si è accolti da due impeccabili e ossequiosi “doormen” che con gentilezza estrema ti accompagnano all’ascensore che porta alla Galleria; e di darsi un po’ di coraggio ne vale davvero la pena, dato che le mostre proposte sono sempre di un eccezionale livello qualitativo: da Jesus Rafael Soto (Penetrable BBL Bleu, 2018) a Christian Boltanski (Animitas II, 2019), da Bertrand Lavier (Medley, 2018) a Yang Fudong (The Coloured Sky: New Women II, 2017), da Mariko Mori (Infinite Renew, 2013) a Ernesto Neto (Madness is part of Life, 2012). L’Espace è visitabile liberamente tutti i giorni di apertura del negozio dalle h 12.00 alle 20.00.
L’ultima mostra in ordine di tempo, una collettiva fotografica intitolata “COMING OF AGE Tokyo” (con data originariamente prevista dall’11 dicembre 2019 al 16 febbraio 2020, ma poi prorogata sino al 20 aprile), è stata puntigliosamente curata dal poliedrico e vulcanico Virgil Abloh, americano di origini ghanesi (Rockford, Illinois, 1980), che è anche, da un paio d’anni, il direttore artistico di Louis Vuitton per la collezione di abbigliamento uomo. 
Stilista, imprenditore, artista, architetto e Disc Jockey, Abloh è stato nominato dalla rivista Time come una fra le cento persone più influenti al mondo nel 2018. 
Come artista, da anni, ha un serrato rapporto di collaborazione con il giapponese Takashi Murakami (Tokyo, 1962), il teorizzatore dell’Estetica Superflat, con il quale ha realizzato vari eventi, come per esempio una serie di “bipersonali” presso le sedi della Gagosian Gallery. Da solo, ultimamente, Abloh ha realizzato, nel 2019, una personale al Museum of Contemporary Art di Chicago.  
“COMING OF AGE Tokyo”, dopo essere passata per Los Angeles, Pechino e Monaco arriva a Tokyo, in assemblaggio totalmente nuovo, presentando venti fotografi provenienti da diverse parti del mondo, alcuni già molto affermati altri emergenti, chiamati a esprimere la loro personale visione sul tema della “verde età” (fanciullezza, adolescenza e oltre) concentrandosi sullo sviluppo del “personaggio” (o personaggi) che si affaccia alla scoperta della vita e sull’innato ottimismo (con tutti i diversi significati che questa parola può avere) che, in genere, caratterizza la gioventù, visto da varie prospettive e angolazioni (socioeconomico, culturale, amicizia, solitudine e così via) indipendentemente dal censo, dalla allocazione geografica e dalla classe sociale di appartenenza. 
Universi giovanili che o si intersecano come nella foto del gruppetto multirazziale, in posa ma senza filtri, a interazione nuda e pulitamente acritica, nella Los Angeles di Sean Maung o sembrano isolarsi in un loro mondo a parte, senza commistioni con l’esterno, come nel gruppetto dei monelli di colore, figli della diaspora africana, ritratti dallo scozzese Ivar Wigan in un momento di irruenta e impetuosa autoesaltazione. Mondi che possono essere solitari ed estranianti sia camminando per strada sia fermi, in silenzio quasi mistico, di fronte a un muro (simbologia della vita?) come ci fa vedere Bafic, o anche solitari in una corsa che sembra infinita attraverso i lividi colori di un luminescente tunnel (Julian Klincewiz). E, ancora, soli in strada con la asettica compagnia di un cellulare (Hoshi Haruto) o soli, pur essendo in compagnia, per colpa di un cellulare (Raimond Wouda). Ma anche, al contrario, commoventi mondi affettivi in cui  la tenerezza e il calore di chi si ama sembra avviluppare non solo i protagonisti ma anche i fruitori come nella splendida immagine in bianco e nero di “famiglia dormiente” di Abdul Kircher o nell’abbraccio protettivo, tenero e coinvolgente, di un fratellino, o amico, pur nella desolata e arida pochezza di un semivuoto parcheggio giapponese (Hoshi Haruto). 
E poi ancora i luoghi degli “Annoiati e Indifferenti” (quasi dormienti), quelli che, sia che stiano lavandosi i denti nell’intimità del proprio bagno sia che stiano in compagnia dei propri amici, riescono a trasmettere una apatia quasi contagiosa, ritratti da un bravissimo Motoyuki Daifu o quelli  della “Gioia senza compromessi”, incontenibile per il solo fatto di stare assieme ad altri, dei piccoli indiani interpreti degli scatti di Nick Sethi.  
Una visita a questa mostra è, insomma, una passeggiata nel mondo senza confini dei giovani e giovanissimi d’oggi. Un mondo di aspettative, contraddizioni, cedimenti, esaltazioni, e che 
rappresenta la possibilità (anche per chi più tanto giovane non è) di penetrarne segreti e simbologie nascoste, limiti e potenzialità. Per permetterci di capire. O, per meglio dire, per aiutarci a ricordare quello che anche noi eravamo.

(“Juliet art magazine” n. 198, Giugno-Settembre 2020)