Edoardo Manzoni

e il progetto “Pando”

By Fabio Fabris

Edoardo Manzoni “Scene di caccia” 2020, immagini digitali, ph courtesy PAV
“Negli ultimi anni sto lavorando sulla caccia, una tematica ancestrale che mi permette di inserirmi in un’indagine più ampia sul rapporto tra uomo, arte e natura. Cerco di attingere dall’immaginario pittorico della scena di caccia, di inventare o rielaborare il design di trappole e richiami usati per attirare, ingannare e catturare l’animale, per riflettere sull’idea di violenza che può celarsi dietro la seduzione. Mi piace pensare all’artista come un mago, un illusionista o un cacciatore che lascia trappole per l’occhio in cui il logico e l’irrazionale si intrecciano senza offrire una risposta”
Edoardo Manzoni (nato a Crema nel 1993, vive a Milano) filtra le immagini partendo da un ragionare sul suo stare al mondo (per come l’uomo sta al mondo: con i strumenti che si è inventato, con il suo ego strabordante, con la sua pretesa centralità…). Il suo è un modo di procedere dove il contenuto (il senso dell’opera, il suo fine, il suo giungere a destinazione) spesso sono prevaricanti rispetto a una uniformità dell’espressione linguistica, ecco perché la diversità delle situazioni da lui immaginate di primo acchito possono anche disorientare e richiedono molto tempo per essere comprese a fondo. Ma il nodo della questione sta proprio qui: i tempi che viviamo (con tutti i problemi annessi e connessi, propri di una civiltà complessa e decadente) hanno bisogno di una analisi approfondita, di ragionamenti costruiti caso per caso, di variabili spesso insospettabili.
“Negli ultimi anni sto lavorando sulla caccia, una tematica ancestrale che mi permette di inserirmi in un’indagine più ampia sul rapporto tra uomo, arte e natura. Cerco di attingere dall’immaginario pittorico della scena di caccia, di inventare o rielaborare il design di trappole e richiami usati per attirare, ingannare e catturare l’animale, per riflettere sull’idea di violenza che può celarsi dietro la seduzione. Mi piace pensare all’artista come un mago, un illusionista o un cacciatore che lascia trappole per l’occhio in cui il logico e l’irrazionale si intrecciano senza offrire una risposta”. Questo dichiarava l’autore a Marco Roberto Marelli (17/1/2020, formeuniche.org), facendoci intendere che queste trappole visive sono fatte per far soffermare lo spettatore sulle zone grigie del pensiero, su quegli argomenti spesso in ombra e sui quali si dedica troppo poco tempo.
In questo senso sono perfettamente centrate le sue prime due personali di cui ricordiamo il tema: Betulla (Tarik Hayward), nel 2016, da Sonnenstube (Lugano); e Luna, Ruta, Tuono, Quercia (a cura di Sara Fontana, nel 2017, da Spazio Menouno (Treviglio). In questi due esempi, possiamo proprio riferirci alla locuzione latina nomen omen, e questo perché parole e titolo, argomento e sentenza finale, immagini e contenuto sono diventate una cosa sola: un nodo indissolubile che diventa narrazione fluida e scorrevole: quasi un insieme di destino e presagio.
Ecco perché il suo lavoro si è inserito perfettamente nel progetto “Pando” del PAV di Torino. Pando (noto anche come Trembling Giant, un bosco negli Stati Uniti d’America, costituito da un unico genet maschile di pioppo tremulo americano che si trova nello stato dello Utah, nella foresta nazionale di Fishlake, è annoverato tra i più antichi organismi viventi al mondo, con un’età di circa 80mila anni) ha dato il titolo al progetto collettivo del PAV di produzione ed esposizione di pratiche artistiche nello spazio digitale: una chiamata alle armi, con i nomi di: Marina Cavadini, Gaetano Cunsolo, Edoardo Manzoni, Isabella Mongelli, Isamit Morales, Valentina Roselli, Stefano Serretta, The Cool Couple, Natália Trejbalova.
In particolare le immagini proposte da Edoardo Manzoni per il PAV sono il risultato di una meticolosa operazione di scavo tra le pagine degli otto volumi dell’Enciclopedia del cacciatore, pubblicati nel 1967, le cui illustrazioni originali, estrapolate dal testo, sono poi state rielaborate digitalmente. Attraverso la manipolazione di queste immagini, l’artista ha provato a disinnescare i meccanismi che nascondono la reificazione dell’animale, aprendo spunti di riflessione che si inseriscono nella sua più ampia ricerca relativa al rapporto tra l’uomo e la vita in tutte le sue declinazioni. Il tutto a favore di ogni essere vivente e quindi anche degli animali che vengono cacciati per essere uccisi.

(“Juliet art magazine” n. 199, Ottobre-Novembre 2020)