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Shiota Chiharu
The Soul Trembles

By Angelo Andriuolo

Shiota Chiharu “Uncertain Journey” 2016/2019, metal frame, red wool, dimensions variable. © Blain | Southern, London/Berlin/New York. Photo Sunhi Mang, installation view: “Shiota Chiharu: The Soul Trembles”, Mori Art Museum, Tokyo, 2019, ph courtesy Mori Art Museum, Tokyo
È come se l’Anima, attraverso un delicato e intricato (quale anima non lo è?) gioco di fili provasse a toccare il suo stesso più profondo nucleo portandolo, poi, palpitante e tremante, allo scoperto. Una vera operazione taumaturgica, una sorta di autoguarigione indotta, veicolata da questo necessario (ma, in verità, non troppo frequente nella pratica) guardarsi dentro anche per concettualizzare, nel concreto, quelle che sono le trascurate reciprocità ed interazioni che tutti ci connettono: cellule a comporre il corpo dell’Umanità. 

Il Mori Art Museum, chiamato anche MAM, inaugurato nel 2003, nell’animato quartiere di Roppongi (dal punto di vista dell’arte uno dei più attivi di Tokyo, già solo a considerare la miriade di opere che è possibile ammirare semplicemente passeggiando per strada) è uno dei tre musei che compongono il noto “Roppongi Art Triangle” assieme al Suntory Museum of Art e al National Art Center. 

Situato al 53esimo piano della Mori Tower, che già nella piazzetta del complesso consegna al nostro sguardo una ipnotica “Maman” di Louise Bourgeois, il museo ci accoglie con i suoi interni, realizzati dall’architetto Richard Gluckman. 

Un meraviglioso contenitore globale per l’arte contemporanea tutta, non solo, anche se in prevalenza, giapponese e asiatica. 

Ai Weiwei, Tokujin Yoshioka, Dinh Q. Lê e Bill Viola sono soltanto alcuni fra gli artisti che hanno avuto modo, in questi anni, di esporvi. 

Il principio guida dei programmi del Museo è riassunto in due semplici parole, “Art + Life”, ossia una visione indirizzata a contribuire alla realizzazione di una società in cui l’arte possa riferirsi, in mescolanza e fusione, a tutti gli aspetti della vita.


In questo cammino esperienziale, per l’appunto, va a collocarsi questa che è la personale più ampia e completa di sempre di Shiota Chiharu, artista, giapponese per nascita (1972, a Kishiwada, prefettura di Osaka) ma anche, successivamente, “occidentalizzata” dalla sua scelta di vita (si è trasferita a Berlino, dove vive e lavora, nel 1996), molto conosciuta anche dal pubblico italiano per aver rappresentato, nel 2015, il Giappone alla 56esima edizione della Biennale di Venezia con l’immersiva, e davvero coinvolgente, installazione “The Key in the Hand”: due barche consunte e segnate dal tempo, rete metallica intrecciata e una grande quantità di vivido filo rosso da cui pendono più di 50mila chiavi (che poi sono le Chiavi dell’intimo essere delle persone: custodiscono i ricordi, le storie individuali, i segreti; insomma, di ciascuno di noi, ogni memoria e ogni sogno). 

La mostra, dal titolo “Shiota Chiharu: The Soul Trembles”, che è terminata il 27 ottobre 2019 e che ha avuto, nei suoi quattro mesi di durata, ben oltre mezzo milione di visitatori, è una spirituale messa in scena dell’Intangibile che diventa Tangibile, dove le ragnatele ramificate dell’inconscio vanno a incontrare, e penetrare, ricordi, ansie e silenzi in un inestricabile intreccio attraverso il quale mettere in discussione confini, identità e la nostra stessa percezione di esistenza. 

È come se l’Anima, attraverso un delicato e intricato (quale anima non lo è?) gioco di fili provasse a toccare il suo stesso più profondo nucleo portandolo, poi, palpitante e tremante, allo scoperto. Una vera operazione taumaturgica, una sorta di autoguarigione indotta, veicolata da questo necessario (ma, in verità, non troppo frequente nella pratica) guardarsi dentro anche per concettualizzare, nel concreto, quelle che sono le trascurate reciprocità ed interazioni che tutti ci connettono: cellule a comporre il corpo dell’Umanità. 

Da questa comprensione deriveranno emozioni a cui, forse, immediatamente non sapremo dare un nome. Esse, però, ci porteranno comunque per nuove rotte, per noi ancora vergini, inesplorate. 

Da affrontare magari con un po’ di tremore (l’entrare in una stanza buia può fare questo effetto) ma con la certezza che la mano, anche a tentoni, troverà l’interruttore della luce. 

Parlare di rotte non è per niente casuale. 

La barca è elemento ricorrente nella cifra artistica di Shiota Chiharu. 

Una grande installazione, “Six Boats”, anticipatrice di questa toccante mostra al Mori, è stata collocata, sin da febbraio 2019, in uno dei punti nevralgici di Tokyo, nel Central Atrium del Ginza Six, un nuovissimo, e molto frequentato, centro commerciale di altissimo lusso (a sei stelle, per l’appunto) che ha sostituito l’ex grande magazzino Matsuzakaya, che era stato il primo, storico grande magazzino in assoluto della zona di Ginza.

Sei barche lunghe 5 metri (nel complesso l’opera misura 14 metri di larghezza per 8,5 di altezza), costruite con una struttura in ferro, feltro, corda e innumerevoli fili bianchi, che si insediano con dolce prepotenza, nello spazio fisico e negli occhi del visitatore, essendo possibile ammirare l’opera da tutte le angolazioni possibili.

Le navi di Shiota non trasportano solo persone o cose: portano con loro anche il tempo, attraversandolo in entrambe le direzioni, passato e futuro, cristallizzati in un presente che, magari non ci pensiamo ma è così, un attimo prima era futuro e un attimo dopo è già passato. 

Il significato dell’esistenza, dell’essere vivi, del cosa cerchiamo e del dove andiamo. 

Temi, questi, che risaltano anche dalla scelta, direi causale, dei materiali che usa per le sue installazioni: scarpe, finestre, valigie, chiavi. 

E le ragnatele di fili di lana, che siano neri, rossi, bianchi o di altro colore, che si sono trasformati in un vero e proprio “marchio di fabbrica”. Esili fili avvolgono barche, abiti, strumenti musicali, sedie, porte. Come giunzioni sinaptiche fra anima e realtà, quasi una materializzazione del concetto di empatia e di interdipendenza fra spirito e materia, fra idea e cosa. 

Pianoforte, sedie bruciate e un cielo di lana nera che li sovrasta, ingloba e unisce (per esempio “In Silence” 2008) sono rappresentazione vivida di un silenzio che è Assenza ma anche, contemporaneamente, Presenza. 

Non si può ascoltare (il Silenzio è silenzio!) ma lo si vede. È là, immobile, ad “assordarci” gli occhi; invasivo, come un acido potente corrode le sovrastrutture che noi stessi abbiamo creato intorno a noi per vivere in tranquillità un placido ottundimento costruito su ovvietà e, come uno specchio, un po’ tremante, ci riflette per quello che siamo. Senza troppi infingimenti. Nudi e crudi.

Indicazioni preziose di cui bisognerebbe far tesoro. Per accettarci e capirci. Per accettare e capire il mondo e le persone che ci stanno intorno, affinché fiorisca la potente magia nascosta della nostra Anima Tremante.  


(“Juliet art magazine” n. 195, December 2019)