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Robin Rhode
insolito e inaspettato

By Roberto Grisancich

“Piano Chair” 2011, frame da animazione digitale, 3.53 min, © the artist, ph courtesy Kunstmuseum Wolfsburg
 Passo dopo passo, documenta fotograficamente lo sviluppo delle narrazioni sulla sua “tela muraria”. La somma delle fotografie costituisce la narrazione. Se all’inizio ha disegnato semplici attrezzature sportive con il gesso sul pavimento o sul muro, la complessità ha in seguito toccato il suo lavoro, mettendo insieme aspetti diversi dei segni e dei codici sudafricani con il linguaggio astratto della storia dell’arte occidentale. Il disegno è attivato dalla connessione con il corpo del “performer” (mettiamo la parola tra virgolette perché in realtà si tratta di azioni o posture guidate secondo una ben precisa e programmata regia): i bambini fanno ginnastica sull’attrezzatura sportiva, un pianista distrugge un pianoforte, un specie di ballerino taglia triangoli colorati sul muro.

 Robin Rhode (Città del Capo, 1976) è un artista sudafricano. Dopo aver studiato belle arti presso la Technikon Witwatersrand a Johannesburg, in Sudafrica, e conseguito una specializzazione presso la South African School of Film, Television and Dramatic Arts (AFDA), nel 2002 si è trasferito a Berlino.

Con il suo lavoro questo sorprendente autore è riescito a spostare il linguaggio verso territori inesplorati, aggiungendo, alle pratiche tradizionali del disegno e della fotografia, la commistione dei generi assieme all’aspetto performativo che sfocia in un plot narrativo (una specie di storyboard o sequenza illustrata). Nei suoi lavori leggiamo uno spirito ironico e anche di denuncia: una forma di presentazione e di presenza che non è esente da quella dei graffiti e della public art, con un gusto e con una capacità espressiva e concettuale che lo avvicina al grande e inafferrabile Banksy. 

Dopo la prima esposizione nel ‘99 alla Galleria Nazionale di Sudafrica del Capo, Rhode viene invitato ad esporre nei maggiori centri d’arte contemporanea (Istanbul, Anversa, New York, Città del Messico). La sua mostra all’ICA di Londra, la partecipazione, nel 2003, a How Latitudes become Forms (Walker Center di Minneapolis, chiara citazione della famossima mostra di Szeemann, “When Attitudes Become Form” del 1969) e nel successivo I Still Believe in Miracles / Drawing Space all’ARC di Parigi, hanno portato l’attenzione del pubblico sulla sua opera a livello mondiale. In Italia i suoi lavori sono stati inclusi, nel 2005, alla 51° Biennale Arte di Venezia e – sempre nello stesso anno – nella collettiva Sculpture in Non-Objective Way da Tucci Russo, a Torre Pellice.

L’influenza della cultura musicale urbana, del cinema, dello sport, della cultura giovanile e della tradizione locale hanno influenzato l’evoluzione dell’estetica tipicamente street art di Robin Rhode. Il suo marchio di fabbrica è il muro; tuttavia, contrariamente all’arte dei graffiti, non si preoccupa di ciò che lascia in un contesto urbano, ma del processo. Passo dopo passo, documenta fotograficamente lo sviluppo delle narrazioni sulla sua “tela muraria”. La somma delle fotografie costituisce la narrazione. Se all’inizio ha disegnato semplici attrezzature sportive con il gesso sul pavimento o sul muro, la complessità ha in seguito toccato il suo lavoro, mettendo insieme aspetti diversi dei segni e dei codici sudafricani con il linguaggio astratto della storia dell’arte occidentale. Il disegno è attivato dalla connessione con il corpo del “performer” (mettiamo la parola tra virgolette perché in realtà si tratta di azioni o posture guidate secondo una ben precisa e programmata regia): i bambini fanno ginnastica sull’attrezzatura sportiva, un pianista distrugge un pianoforte, un specie di ballerino taglia triangoli colorati sul muro.

Poi sedie, biciclette o letti diventano uno strumento di disegno performativo. I disegni espressivi che risultano dalle sue mostre/installazioni sono in contrasto con il perfetto illusionismo e la leggerezza intenzionale della sua elaborata arte murale. Robin Rhode riduce i contenuti complessi, a volte socio-critici o analitici a pochi segni visivi o, come dice lui, semplifica il caos con i mezzi dell’arte.

Dopo la mostra alla Haus der Kunst di Monaco nel 2007, la mostra al Kunstmuseum Wolfsburg (“Memory Is The Weapon”, dal 28 set al 9 feb 2020) è la prima personale in Germania dopo dodici anni. Con una superficie di oltre 800 metri quadrati, la mostra offre un’ampia panoramica del suo lavoro, compresi i nuovi set di opere a cui sta attualmente lavorando, con animazioni digitali, serie fotografiche, disegni ed elementi scultorei, nonché spettacoli. La mostra è accompagnata da un catalogo riccamente illustrato in tedesco e inglese, tra cui una prefazione del direttore Andreas Beitin, una lunga intervista con Robin Rhode e un’introduzione della curatrice Uta Ruhkamp.

È bene però concludere questo servizio dedicato alla sua particolarissima poetica con una sua frase dal forte senso sociale: “Quando dai ai giovani un senso di valore, puoi davvero cambiare la loro identità e il loro senso di sé”.


(“Juliet art magazine” n. 195, December 2019)