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Mask: In Present-Day Art
Aarau: Aargauer Kunsthaus

By Emanuele Magri

Aneta Grzeszykowska “Selfie #19” 2014. Pigment print on cobon paper, 27 x 36 cm, Fotomuseum Winterthur Collection,  © Aneta Grzeszykowska, ph courtesy of Raster Gallery, Warsaw
Mai come in questo periodo la nostra società è caratterizzata da una complessità che comporta mille sfaccettature. E a queste tante facce del problema corrisponde il comporre una maschera formata da tanti ritagli di maschere prese da varie culture come fa Christoph Hefti con “Maschera mondiale”. Parallelamente alla sua carriera nella moda, l’artista crea installazioni video anche in collaborazione con altri artisti, e combina musica, costumi, video e arte. In Nepal, grazie all’interazione tra designer e artigiano, progetta e sviluppa una serie di tappeti annodati a mano, ottenendo opere come quelle in mostra.

Senza scomodare l’Heidegger di Che cos’è la Metafisica tutti conosciamo il problema del Nulla e dell’Angoscia che ci assale quando ci spogliamo della nostra maschera sociale e ci troviamo di fronte alla domanda “chi sono?” Il tema della Maschera, un tema vecchio come il mondo, viene affrontato da trentasei artisti di levatura internazionale nella mostra “Mask: In Present-Day Art” (visitabile fino al 5 gennaio 2020) a cura di Madeleine Schuppli, in collaborazione con Yasmin Afschar, l’una direttrice e l’altra curatrice dell’Aargauer Kunsthaus, il Museo di Belle Arti di Argovia, ad Aarau, “affascinante centro storico che può vantarsi di possedere i tetti a capanna dipinti (i cosiddetti «Dachhimmel») più belli della Svizzera”. Gli artisti provenienti da dodici paesi, esplorano, con 160 opere il problema in profondità affrontando le implicazioni sociali, culturali, politiche e simboliche dietro le maschere. Dallo sciamanesimo ai rituali più svariati, ai carnevali, ai ruoli sociali, al teatro, al cinema, ai passamontagna, alla moda, al gioco di ruolo, fino agli Emoji. Nel catalogo si citano tutti i precedenti nella storia dell’arte da Ghirlandaio ad Artemisia Gentileschi, a Caravaggio a Courbet, da Picasso a Nolde a Ensor a Sophie Tauberg-Arp, a Man Ray a Magritte.

Mai come in questo periodo la nostra società è caratterizzata da una complessità che comporta mille sfaccettature. E a queste tante facce del problema corrisponde il comporre una maschera formata da tanti ritagli di maschere prese da varie culture come fa Christoph Hefti con “Maschera mondiale”. Parallelamente alla sua carriera nella moda, l’artista crea installazioni video anche in collaborazione con altri artisti, e combina musica, costumi, video e arte. In Nepal, grazie all’interazione tra designer e artigiano, progetta e sviluppa una serie di tappeti annodati a mano, ottenendo opere come quelle in mostra.

D’altronde si possono ottenere maschere in qualsiasi modo. O prendendo un oggetto qualsiasi e lavorandolo un po’ come fanno Silvia Bachli e Eric Hattan, coprendosi il volto di sassi come Melodie Mousset o reinventando il senso di un casco da moto come fa Mike Nelson. Si può rivestire con maschere la natura, alberi, rami, radici, dando loro nuova vita come fa Nathalie Bissing. O basta associarne due, un sopra e un sotto, cioè la parte del naso e occhi e quella della bocca per creare un contrasto spiazzante come fa Aneta Grzeszykowska, con “Selfie #19”, 2014, che con una sequenza di foto documenta il suo rapporto con pezzi di maschere da comporre variamente. Fa la stessa cosa ma con un collage di copertine di dischi Christian Marclay, che, con “Utopia” (dalla serie “Maschere”), 1992, ottiene un volto, una maschera composta come una scacchiera, con solo due occhi e una bocca, mentre le altre copertine sono bianche e nere o con “Music”, 1992, in cui sono presenti anche catene, sigarette, orologi e così via, suggerendo che sono aperte a possibili aggiunte.

A volte si tratta di negare la propria identità come fanno i suonatori della performance “Again and Again” (2000-2019) di Sislej Xhafa che ha aperto la mostra o assumerne un’altra come l’artista ha fatto alla 58ma Biennale di Venezia del 1997 con il Padiglione Clandestino quando vestito da calciatore girava per i Giardini.

Nella sterminata produzione dell’eccentrico, ironico, trasgressivo, per Olaf Breuning disegnare occhi, naso, bocca, su qualunque parte del corpo vuol dire trasformare in maschere mani, ginocchia, sederi. Nell’opera “Emojis”, 2014, sovrappone alle facce di un gruppo di persone su una fotografia una serie di emoji facendo convivere nella stessa opera l’elemento carnevalesco classico veicolato però dai più trendy emoji.

L’opera di Sabian Baumann, non scherza in fatto di trasgressività e messa in discussione della normalità. Vari suoi progetti hanno a che fare col femminismo Queer: (vedi Sexismus Productions, Casual, Working On It e An Unhappy Archive) e mettono in discussione ruoli di genere. Qui presenta una maschera in argilla cruda in cui solo il naso è dorato con un effetto sconcertante.

Il vecchio gioco di vedere qualcosa in qualcos’altro è utilizzato nella sua serie “Nomadi” da Laura Lima che trasforma paesaggi dipinti in maschere. Così come John Stezaker che già dagli anni ‘70 manomette fotografie in termini surrealisti e post pop art con sforbiciate, collage, interventi minimi che ne trasformano il significato. “Il mio ideale è fare molto poco con le immagini, forse con un solo taglio: il più piccolo cambiamento o la minima mutilazione”. Ha influenzato artisti come Tracey Emin e Damien Hirst e ha esposto in vari musei e gallerie del mondo e recentemente a Milano da Kaufmann Repetto.

Molto usati in tutta la storia dell’arte i musi di animali. E qui abbiamo Rondinone che espone una sfilata di musi di bestie in poliuretano mentre Gauri Gill, artista indiano, dal 2014, si è ispirato al festival Bahoda, in cui la comunità esegue scene tratte dall’epica indù indossando maschere che rappresentavano divinità indigene. Gill ha voluto riflettere sulla situazione contemporanea, usando maschere di animali e uccelli, prodotte da i due fratelli, Subash e Bhagwan Dharma Kadu, figli di un leggendario produttore di maschere. Per esempio fotografa una scena, in “Un#tled, from Acts of Appearance”, 2015, in cui tre personaggi giocano a dadi coi volti ricoperti da maschere di musi d’asino.

Il lavoro dell’artista concettuale inglese, Gillian Wearing, una degli Young British Artists, e vincitrice del premio Turner del 1997, è stato definito da John Slyce come “inquadrare sé stessa mentre inquadra l’altra”. Il desiderio di identificarsi coi genitori rientra nei meccanismi esplorati dalla psicologia, e l’artista ne fa un suo segno, in “Autoritratto come mia madre Jean Gregory” indossa una maschera di silicone per trasformarsi in sua mamma.

L’origine angolana di Edson Chagas (vive a Luanda) ci spiega il suo uso di maschere africane indossate da modelli. Nella serie “Oikonomos”, si fotografa in posa con vari sacchetti di plastica in testa parlando così sia dei rifiuti che si trovano in tutto il mondo sia dell’afflusso di prodotti di seconda mano che vengono portati in Africa con quei sacchetti.

E visto che per maschera si intende anche quella cosmetica o le mascherine che si usano sugli aerei per coprirsi gli occhi ecco che Amanda Ross-Ho, espone tre di queste mascherine ma sovradimensionate (2 metri per 70 cm) e di tre colori (rosso, verde e blu). Mentre nei suoi film selfie Susanne Weirich, con “Global Charcoal Challenge”, ci mostra persone di tutte le età mentre si fanno la maschera di bellezza.

Cecilia Edefalk in “At the Moment Untitled” (1997/1998) nel rappresentare Stan Laurel e Oliver Hardy nel film parodia western “Way out West”, è interessata a sottolineare, con la pittura, i loro volti come maschere. Quindi non la maschera oggetto ma l’interiorizzazione della maschera che è propria dell’attore.

Le fotografie dei volti di legionari della prima guerra mondiale orrendamente massacrati e chirurgicamente rattoppati messi in dialogo con maschere africane che sembrano altrettanto sofferenti sono montate da Kader Attia, con fare dadaista, ripensando il valore delle medesime e mettendo in discussione la fascinazione dei primi del novecento per le maschere stesse.
Douglas Gordon mette in scena la vecchia questione di Dottor Jekyll e Mister Hyde fotografando sé stesso come bel giovane normale e poi col volto sconvolto con la semplice applicazione di scotch che tira la pelle con effetto convincente.
Nel suo video Elodie Pong esegue una lap dance vestita da panda. Quando si toglie il cappuccio ripete all’infinito “I am a bomb”.
Anche i pazzi fotografati da Markus Schinwald, (tra Gericault e Lombroso) hanno sui volti segni che accentuano i tratti inquietanti.

Di Simon Starling l’installazione “Project for a Masquerade (Hiroshima)” consiste in un video che riflette otto maschere di legno da lui stesso intagliate e montate su supporti metallici mettendo in relazione la tradizione del teatro giapponese Nō con la guerra fredda rappresentando lo storico Anthony Blunt, James Bond, il fisico nucleare Enrico Fermi, Joseph Hirschhorn e il colonnello Sanders.

E alla fine non poteva mancare Cindy Sherman...


(“Juliet art magazine” n. 195, December 2019)