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Tal R - Academy of Tal R

By Emanuela Zanon

Tal R (1967, Tel Aviv, Israele), al secolo Tal Shlomo Rosenzwei, irriverente artista danese, ha confermato il suo crescente successo internazionale con una grande retrospettiva museale che ha esordito al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk vicino a Copenaghen per poi spostarsi al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam dove si è conclusa lo scorso 21 gennaio. Osservatore accanito degli aspetti trascurati del reale, visionario, ironico e colto, nei suoi lavori mescola ispirazioni tratte da cultura alta e bassa, suggestioni figurative e astratte e “prestiti” da altre epoche storiche per comporre narrazioni elusive ambientate in scenari semplici dal significato misterioso. In occasione del finissage, abbiamo chiacchierato con lui di bellezza, fallimenti, anticonformismo e crescita personale.


La mostra Academy of Tal R è la tua prima retrospettiva di metà carriera. Cosa pensi sia cambiato nel tuo approccio all’arte dai tuoi esordi a oggi? C’è un’espressione inglese, non so se sia la stessa anche in italiano, che dice “inseguire la propria coda” ...Quando ero giovane stavo davvero correndo dietro alla mia coda e pensavo che sarei diventato un artista qualora l’avessi raggiunta, ma ora che ho cinquant’anni e una mostra di metà carriera capisco che la sto ancora inseguendo e che questo è il mio modo di fare arte. E forse dovrei sperare di non prenderla mai. Un artista deve continuamente sperimentare l’impossibile, che non è mai un concetto univoco; ad esempio negli anni Novanta, specialmente nel Nord Europa, dipingere era impossibile, l’unica pittura ammessa era il monocromo inteso come pura ricerca formale e ogni aspirazione alla narrazione veniva marginalizzata. La mostra si chiama Academy of Tal R perché mi sono sempre spostato in tutte le aree impossibili del fare arte, ho cercato anche in quegli anni di raccontare storie e di aprire il campo della pittura alla narrazione senza essere vincolato da uno stile. Non penso che l’arte debba essere un’estensione della filosofia o di qualche scienza formale, ma credo che debba essere costantemente connessa alla vita.
Il titolo della mostra appare ironico e dissacrante, se si pensa all’aspetto selvaggio e libero dei tuoi lavori. Credi che anche l’anticonformismo possa (o debba) diventare un’Accademia? Il titolo non è stato una mia idea e all’inizio non mi piaceva, ma l’ho accettato quando ho pensato che ho sempre cambiato stile. Quando lavoro è come se arrivassi alla stazione per prendere un treno avendo ben in mente la mia destinazione, ma poi a metà strada devio a destra, poi a sinistra e finisco per perdermi in un dedalo di strade e possibilità. Per questo penso che l’idea di Accademia sia appropriata. Ho lavorato come professore per nove anni alla Kunstakademie di Düsseldorf ed ero molto coinvolto nell’insegnamento perché avevo una classe interessante. Sai cosa dovrebbe insegnare ogni Accademia nel mondo? A “investire nella perdita”, che significa mettere il tuo investimento in perdita. All’Accademia non si tratta di successo, si tratta di perdere e di imparare da perdere. C’è molto più da imparare quando provi a perdere che quando rischi poco perché sai già che riuscirai. Così, sia quando insegnavo sia quando lavoravo per me stesso, ho sempre imparato più dal fallimento che dal seguire un percorso prestabilito con l’obiettivo di avere successo. 
Il tuo lavoro nasce dalla combinazione di materiali e tecniche differenti, come pittura, disegno, collage e scultura. Quale pensi sia l’elemento unificante della tua poetica? Non sperimento mai pensando solo alla tecnica. Ho sempre un’idea che poi conduce a un certo materiale, quindi dietro a ogni disegno, scultura e dipinto c’è una certa idea che metto alla prova. Fare arte non dovrebbe mai essere come seguire una ricetta per preparare una torta: hai in mente la tua idea e con le mani trovi il modo di farla atterrare, di materializzarla. È un po’ come avere una tazza di tè bollente e attorno non c’è né un tavolo a cui appoggiarti né una sedia, così per ogni lavoro devi inventare il posto dove mettere la tazza di tè calda. Puoi anche dire in modo romantico che ogni volta che fai un’opera d’arte devi essere vivo per l’intero processo, che non può mai essere meccanico o esclusivamente tecnico.
La tua arte trae spunto indifferentemente da elementi provenienti da cultura alta e bassa. Cosa ci raccontano le tue opere della società in cui viviamo? Mi è difficile rispondere perché penso che sia arduo fare un lavoro che non abbia qualcosa di politico, ma io non immagino mai la società come entità in sé, non ho una strategia per occuparmene in questo modo. Vorrei poter avere una grande risposta monumentale ma non ce l’ho. Ogni giorno vado in giro e cerco possibilità per realizzare opere d’arte e la maggior parte delle cose che faccio riguardano cose che ho visto o situazioni che ho vissuto. In un certo senso, penso che il mio lavoro riguardi molto la società, ma sarei a disagio nel rispondere a questa domanda perché mi sentirei un commerciante. Questo non significa che il lavoro non abbia nulla da dire sulla società: è solo che non ho una bella risposta a riguardo. Penso che la maggior parte degli artisti oggi abbia molteplici risposte a questa domanda. L’ultima Biennale di Venezia era come una specie di gara in cui tutti erano in competizione per chi aveva più da dire sulla società attuale e per chi poteva avere la soluzione migliore per salvare il mondo.
Hai spesso parlato della “bellezza del fallimento”, che appare quando l’artista porta l’opera su un terreno a lui sconosciuto e si ritrova in qualche modo espulso dal suo lavoro e lo deve guardare dall’esterno al pari dello spettatore. Ci puoi spiegare meglio questa condizione? Voglio dire che quando ti senti alienato dalla società, il sentimento di esclusione è un’esperienza molto negativa, ma nel momento in cui hai a che fare con le opere d’arte c’è un punto in cui il lavoro si muove contro di te e percepisci una particolare forma di alienazione. Un po’ come quando andando in giostra da bambino volevi sputare in aria ma il vento ti restituiva lo sputo in faccia: l’abbiamo provato tutti da piccoli. Fare arte è aspettare che accada questo; l’opera non è una terapia, non la fai per te stesso, ma per comunicare e connetterti ad altre persone. E così stranamente l’alienazione è una parte del processo: ogni lavoro artistico nasce da una dimensione privata che non può rimanere tale, si deve aprire all’estraneità.
Gran parte della tua pratica artistica è un funambolismo che costantemente cammina dentro e fuori dalla griglia. Da dove deriva la griglia? Cosa rappresenta per te? Ogni artista può fare esperienza sia all’interno che all’esterno della griglia: l’interno è un mondo governato dalle regole dove sopra e sotto corrispondono a posizioni precise e dove le cose hanno un nome e una morale, all’esterno su e giù possono essere la stessa cosa, vita e morte si equivalgono... è un mondo immorale. È una bella esperienza essere lì, è necessario uscire dalla griglia non solo per ogni artista ma per ogni persona, anche se ritornerai sempre all’interno con l’acquisita consapevolezza di saperti muovere fuori, dentro e sul confine.
Hai spesso dichiarato che un artista non deve manovrare dall’alto il suo lavoro come un burattinaio ma essere immerso nel mistero dell’opera che crea. Come si concilia questo approccio con le dinamiche del cosiddetto sistema dell’arte? Anche se il sistema dell’arte appare spesso governato da desideri superficiali, un artista dovrebbe semplicemente fidarsi di sé e andare avanti stando attento a non diventare un banchiere o un burocrate. Penso che non ci sia nulla di più deprimente di quando gli artisti si lamentano dei risultati delle aste e di tutto quel genere di cose molto noiose. Ogni oggetto, ogni idea, presto o tardi, finirà al mercato delle pulci e anche la casa d’aste è una sorta di mercato delle pulci. Penso che l’artista dovrebbe approfondire il suo desiderio e decidere quale tipo di lavoro fare, se si comporta come un impiegato è meglio che cambi mestiere. L’aspirazione di guadagnare molti soldi è lecita, ma penso che sia un’ambizione molto bassa e noiosa.

Emanuela Zanon

(“Juliet” n 186, February 2018)