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Studio Drift - Arte e tecnologia

By Emanuela Zanon

“Treffen in Narvik” 2018, oil on c-print, cm 100 x 150. Ph courtesy Galleria Monica De Cardenas, Milano
Le loro installazioni e sculture interattive, recentemente protagoniste di un’ampia retrospettiva allo Stedelijk Museum di Amsterdam, esplorano il rapporto tra natura, uomo e tecnologia traducendo i più aggiornati esiti della ricerca scientifica in visioni poetiche e criticamente consapevoli.

Studio Drift è un collettivo fondato nel 2007 da Lonneke Gordijn (1980) e Ralph Nauta (1978), conosciutisi alla Design Academy di Eidhoven (NL) dove entrambi si sono laureati nel 2005. Le loro installazioni e sculture interattive, recentemente protagoniste di un’ampia retrospettiva allo Stedelijk Museum di Amsterdam, esplorano il rapporto tra natura, uomo e tecnologia traducendo i più aggiornati esiti della ricerca scientifica in visioni poetiche e criticamente consapevoli. La fascinazione di Gordijn per la natura e di Nauta per la fantascienza e la tecnologia si intersecano in modo intrigante e il duo, che oggi è coadiuvato da uno staff di venti membri e da numerosi specialisti esterni (come scienziati, programmatori e ingegneri), in più di dieci anni di attività si è evoluto dalla progettazione di oggetti di design innovativi alla realizzazione di installazioni in scala ambientale acquisite da musei e istituzioni di tutto il mondo. Nei loro lavori dati e algoritmi derivati da fenomeni naturali, come per esempio gli schemi di volo di uno stormo di uccelli o la struttura di un fiore, vengono trasposti in esperienze poetiche e meditative che travalicano i confini delle singole discipline. Le loro idee, pensate per essere realizzate con tecnologie avanzate ma progettate disegnando a mano e costruendo prototipi artigianali in cui la manualità è essenziale, si collocano all’intersezione tra tech art, performance e biodesign.
Se da un lato i progetti di Studio Drift sembrano precorrere con straordinario intuito i futuri sviluppi della scienza, dall’altro affrontano questioni esistenziali di stampo umanistico, come la relazione tra individuale e collettivo e l’illusione di libertà, invitando a riflettere sull’impatto della tecnologia nella nostra società in relazione a tali tematiche. Dov’è il confine tra natura e cultura e tra vita e non vita? C’è ancora una differenza tra mondo reale e virtuale? Come possiamo creare una società più sostenibile? Questi sono alcuni dei più ricorrenti interrogativi suscitati dai lavori di Studio Drift, riguardo ai quali gli artisti non danno risposte esplicite ma offrono il loro punto di vista creando spazi reali di meraviglia nel febbrile mondo digitale in cui viviamo.
Uno dei progetti più spettacolari del duo è Drifter, un enorme parallelepipedo di cemento fluttuante nel vuoto, presentato lo scorso anno da Pace Gallery all’Armory Show dopo quasi dieci anni di gestazione. L’opera, ispirata alle abitazioni del futuro descritte da Tommaso Moro in Utopia, gioca con le nostre aspettative e proiezioni inducendoci a pensare come la nostra percezione del mondo cambi constatando che quello che oggi ci appare come un dato di fatto – un mondo fatto di grandi, solide e stabili costruzioni – era prima visto come sogno forse irrealizzabile. Se tra qualche anno far galleggiare nell’aria un grande blocco di cemento sarà ovvio come lo sono per noi oggi le unità abitative immaginate da Moro nel 1516, non sono altrettanto scontate le implicazioni simboliche di questa fluttuazione. Il blocco di cemento infatti rappresenta il modulo base da cui il nostro ambiente urbano è costruito; assieme ad altri blocchi analoghi forma una struttura che esprime il potere della collettività di trasformare il caos in ordine per rendere possibile il progresso. Cosa accade quando un elemento si dichiara autonomo e si allontana dal gruppo evitando di conformarsi alla struttura data? Una prefigurazione di questo scenario si può vedere nel film Drifters (2018), realizzato in collaborazione con il filmmaker Sil van der Woerd, in cui lo stesso blocco di cemento fluttua sullo sfondo delle suggestive Scottish Highlands in cerca della propria origine e destinazione. Dopo aver attraversato valli, laghi, boschi e cime nebbiose, nel finale il protagonista si aggrega ad altri suoi simili e appare inserito in una struttura architettonica. L’evento virtuale, che associa senza soluzione di continuità paesaggi naturali ed elementi artificiali, suggerisce di riconsiderare il rapporto con il nostro ambiente costruito, solitamente visto come statico e senza vita, offrendo un modello visionario di integrazione che sembra attribuire sensibilità ed emozioni al modulo minimalista sovvertendone la paradigmatica inerzia.
Nei lavori più recenti s’intensifica il campo di tensioni tra reale e virtuale: in Concrete Storm (2017), commissionato da Artsy Projects per l’Armory Show, usando un paio di occhiali speciali il visitatore è immerso nella realtà aumentata che completa l’ambientazione creata dagli artisti: una distesa di colonne di cemento mozzate la cui parte terminale ricostruita virtualmente sembra sgretolarsi al suo passaggio. L’installazione trasporta per un attimo il pubblico in un’altra dimensione, una “realtà mista” in cui l’illusione digitale e l’esperienza fisica si mescolano fino a diventare inscindibili. L’opera, oltre a prefigurare possibili ibridazioni tra mondi oggi separati espandendo la realtà digitale oltre lo schermo e integrandola nel tessuto della nostra esistenza fisica, vuole riflettere sugli influssi che la crescente versatilità della dimensione virtuale, in cui ogni azione appare reversibile e modellabile, ha sul nostro senso di responsabilità nel mondo reale.
Le dinamiche di reciprocità tra individui che formano una collettività organizzata per assicurarsi la sopravvivenza è il tema di Franchise Freedom (2017), installazione performativa realizzata ad Art Basel Miami Beach, in cui trecento droni luminosi all’imbrunire sorvolarono l’oceano dirigendosi verso la spiaggia in una formazione che evocava gli stormi di uccelli migratori. I droni, guidati da un algoritmo sviluppato con Wilco Vlenterie che aveva appena completato il suo progetto di laurea sugli sciami di droni alla Delft University of Technology, non portano avanti una coreografia programmata ma rispondono l’uno all’altro volando come gli uccelli in natura. Il lavoro affronta il tema della libertà e delle sue limitazioni nel rapporto tra individuo e gruppo: se uno dei parametri cambia, il comportamento dello stormo di droni si modifica come gli uccelli che devono costantemente reagire gli uni agli altri. I movimenti di uno stormo infatti, solo apparentemente casuali e guidati da scelte individuali, sono determinati da schemi e codici di comportamento ben precisi che garantiscono la sicurezza dei componenti del gruppo. Franchise freedom fa riflettere su come l’individuo (e quindi anche l’essere umano) per sopravvivere si adatti alla collettività comportandosi in modo da avere una certa illusione di autonomia perché, come ci insegna la natura, sperimentare davvero la libertà significherebbe soccombere.
La simbiosi tra natura e tecnologia è il principio ispiratore di Fragile Future (2011 - in corso), una serie di sculture luminose formate dall’innesto di semi di tarassaco essiccati su lampade a LED raccordate da un circuito bronzeo tridimensionale. Il progetto può essere visto come una visione critica o utopica del futuro del nostro pianeta, quando due sistemi evolutivi differenti avranno patteggiato per convivere. Studio Drift appone alla visione la sua firma estetica, un mix tra immaginario poetico e high-tech in cui la luce, molto soffice perché filtrata dalla peluria dei semi, funziona come ingrediente simbolico ed emozionale. La struttura si basa su un sistema modulare virtualmente espandibile all’infinito e sulla sorprendente compatibilità tra i semi e il LED, che ha le stesse dimensioni della parte terminale del gambo del fiore. La perfetta connessione tra l’elettronica e i prelievi naturali abbatte le barriere tra due mondi spesso considerati antagonisti per creare una struttura organica formata da elementi simili e intercambiabili. L’opera offre una poetica ipotesi di armonizzazione degli opposti e il lungo processo di realizzazione che richiede (i semi vengono incollati a mano uno ad uno) è una chiara presa di posizione contro la produzione di massa e la cultura usa e getta. I rapidi sviluppi tecnologici della nostra epoca sono veramente più avanzati dell’evoluzione della natura, di cui il tarassaco è un esempio così transitorio e simbolico? Guardare da vicino una struttura ibrida così raffinata e logica suggerisce che una tecnologia realmente sostenibile debba essere un’evoluzione della natura e creare i presupposti per un’armoniosa convergenza di forze.

(“Juliet art magazine” n. 189, October 2018)