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Ilaria Del Monte

By Angelo Bianco

Page Properties dedica il suo spazio/pagina a Ilaria Del Monte (Taranto 1985). Dopo la formazione accademica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, la cifra predominante della sua ricerca ha seguito modalità di registro vicini alla pittura e al disegno, carichi di riferimenti diversi che vanno dalla letteratura, alla storia dell’arte, al cinema. Il suo lavoro è stato esposto in significative personali presso: Galleria Roberta Lietti, Como (201 e 2013) e Antonio Colombo, Milano (2014 e 2017) e in importanti collettive alla Biennale di Venezia nel 2015 e a Castel dell’Ovo di Napoli nel 2017. Il contributo pensato per P.P. è un colloquio con l’artista articolato intorno ad alcune domande (editate nella loro integrità), poste alle artiste Alice Neel, Betty Woodman, Carla Accardi e Carol Rama, in una serie di storiche interviste apparse su “Artforum” (novembre 1983), “Frieze” (marzo 2016) “Undo.net” (2000) e “d.r.i.l.l.s.” (gennaio 2003), rispettivamente a firma di: Patricia Hills, Amy Sherlock, Hans Ulrich Obrist e Franco Masoero. 

You know what art is?

Penso che l’arte sia molte cose incompatibili tra loro. L’immagine principale che mi viene in mente è che l’arte sia la soglia tra l’esistenza tangibile dell’uomo singolo e la dimensione ideale e universale. Riesce a essere questo attraverso una naturale predisposizione di chi si avvicina a un’opera nel lasciarsi sedurre da ciò che rimanda a un mondo altro. Il “vedere attraverso” le cose concrete, come un dipinto, una scultura, un video, ed entrare in relazione con qualcosa che non è più sostanza e che parla di noi senza parlare solo di noi. Questo può accadere solo grazie a “quell’inginocchiamento interiore” di cui scrive Emile Cioran. Qui l’incompatibilità: avanzare attraverso una soglia e genuflettersi nello stesso momento.

How do you consider the relationship between art and literature, or to be more precise, between figurative painting and prose?

Senza desiderio di meravigliarci saremmo solo corpi senza respiro, mera parvenza, “ombra a cui manca ogni spirito”. Se ripenso al padiglione Austriaco dedicato a Markus Shinwald alla Biennale di Venezia del 2011, ai corridoi bianchi sospesi, alle piccole tele dipinte che vi si trovavano in fondo e al video surreale proiettato, non posso non collegare l’esperienza emotiva provata alla curiosità descritta nella discesa di Omero nell’Ade, lo smarrirsi in un bosco, la deriva di una barca, il riaffiorare a pelo d’acqua di Ofelia, gli angoli bui delle case che attraversano i protagonisti dei film di Lynch prima che l’incubo abbia inizio. Anche nell’epoca storica segnata dalla “fine delle grandi narrazioni”, la loro fisicità è la loro bellezza. Personaggi mossi da un pensiero indagatore, alla ricerca di qualcosa, tentano di avvicinarsi a una meta che sposti i confini del sé un po’ più in là.


Have you ever considered your work to be feminist?

In un certo senso sì. Le donne che nella mia esistenza sono state un grande punto di riferimento non mancano. Mia nonna materna, per esempio, ha cresciuto otto figli in anni di guerra e nella totale assenza di mezzi. Nei racconti della memoria famigliare non ha mai ceduto al vittimismo. Onestamente credo che il concetto di femminismo sia solo una macchina scenica che ha scolorito l’immaginario sulla vastità delle potenzialità creatrici simboliche e alchemiche femminili, che sono poi la componente centrale dei miei dipinti.

When I look at your work, I also see that you are referencing many historical craft traditions: Japanese wallpaper, Meissen rococo flourishes and so on.

Le superfici monocrome mi mettono a disagio, è come se l’occhio avesse sempre bisogno di un appiglio, un ritmo, un modulo che si ripete. Non a caso l’occhio umano riesce a distinguere più sfumature di verde che di tutti gli altri colori. Credo sia la memoria di un passato arboreo. Nella tradizione decorativa di molte culture vi è un rimando esplicito a questa necessità ri-creativa.


Your works reminds me of Livia’s Garden Room at Palazzo Massimo in Rome – a beautiful, whole-room fresco of a garden scene that they found while they were excavating the villa of Emperor Augustus’s wife, Livia, just outside the city. There are certain trompe l’oeil details, like a little fence and a garden wall; like in your paintings.
Nel mio appartamento ci saranno una decina di animali e molte piante. È come se fossero “spiriti che animano lo spazio abitato”, spettatori dell’esistenza, come sostiene Deleuze nella sua Logica della sensazione. Sono testimonianze del nostro passato, del nostro divenire-pianta o divenire-animale e che piuttosto è un divenire-da. È un tentativo di ricreare quanto viene suggerito dal nostro “passato archeopsichico”, una memoria tattile, profonda e allo stesso tempo l’eredità di evoluzione, adattamento e lotta per la sopravvivenza della specie di cui è maestro in prosa J.G.Ballard. Il nostro tempio interiore non è forse un giardino illuminato, uno spazio al centro di una foresta, il tempio greco non aveva forse delle colonne come tronchi di alberi, come le cattedrali gotiche, e la forma di questi non sono forse il tentativo di ricreare la “radura interiore” la “lichtung” che precede ogni pensiero e di cui parla Heidegger?

Cos’è il colore?
Da bambina studiavo il pianoforte. Mi piaceva, a dieci anni frequentavo il conservatorio. Suonare uno strumento plasma la sensibilità e la sintonizza su cose e sensazioni non visibili. Per quanto i colori appartengano alle cose visibili hanno una carica espressiva carica di senso mentale, emozionale. I miei genitori sono atei e mi hanno sempre difesa dagli attacchi del bigottismo cattolico che nell’Italia meridionale, dove sono nata e cresciuta, agisce ancora oggi sulle coscienze. Il matematico Odifreddi ricorda de Maistre – un teorico della restaurazione – il quale diceva “dateci i bambini dai 5 ai 10 anni e saranno nostri per tutta la vita”. Loro mi hanno data alla musica, alla pittura, alla danza all’amore per gli animali e alla necessità di un’opinione critica e personale su ciò che accade. Il colore è una scelta, una libertà d’azione vincolata dalla luce. Il modo in cui pensiero e azione si fanno visibili ed esistenziali.

Per lei cos’è la figurazione?
Avere un’anima figurativa è come avere un’anima antica. Gotica. Jurgis Baltrušaitis descrive la cattedrale gotica come un organismo che spinge le forze maligne verso l’esterno e queste diventano gargoyles, mostri, esseri antropomorfi. Essere figurativi equivale a rimanere sulla superficie delle cose. Al di sotto c’è la profondità, l’abisso, il non figurativo.


Qual è il modo per cui decidi, per esempio di fare una zona dipinta o di considerare un oggetto e di collocarlo nel contesto?

Molto spesso dipingo figure femminili che abitano stanze improbabili. Ci sono delle riflessioni ricorrenti e autobiografiche su difficoltà relazionali tra i personaggi che abitano gli stessi luoghi, sul rapporto d’intesa tra le donne e la loro casa, sulle similitudini tra il concetto di “abito” come vestito e di “io abito” uno spazio che mi identifica e che mi costringe allo stesso tempo. Non vi è però un modo univoco a me noto.

Qual è la sfida maggiore in un’opera bidimensionale?
Non essere noiosa. Rimanere originale nonostante la grande produzione di immagini dell’epoca nostra.

(“Juliet art magazine” n. 187, April 2018)