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Malaysia
The Performance art scene

By Emanuele Magrii

“Treffen in Narvik” 2018, oil on c-print, cm 100 x 150. Ph courtesy Galleria Monica De Cardenas, Milano
La performance è una delle espressioni artistiche più originali della regione ed è spesso legata all’attivismo politico e sociale, che ha recentemente contribuito a questo cambiamento nella guida politica del paese. Tanti gli artisti che mettono in scena le loro opere da soli o con altri artisti, anche all’estero, quando l’argomento è difficilmente proponibile in patria.

La Malesia, paese ricco di culture (malese, cinese, indiana ed europea) e religioni (musulmani, buddhisti, cristiani, induisti e taoisti) sta vivendo finalmente un recente cambiamento di governo dopo sessant’anni di oscuri regimi. La scena dell’arte è sempre stata testimoniata da svariati esempi di performance art, con un forte taglio sociale, non solo nella capitale Kuala Lampur ma anche nelle altre città, a Petalang Jaya come a George Town. La performance è una delle espressioni artistiche più originali della regione ed è spesso legata all’attivismo politico e sociale, che ha recentemente contribuito a questo cambiamento nella guida politica del paese. Tanti gli artisti che mettono in scena le loro opere da soli o con altri artisti, anche all’estero, quando l’argomento è difficilmente proponibile in patria. Così le Fiere e le Biennali divengono punto di riferimento, ma anche il risiedere all’estero, come è il caso di Amir Zainorin, il quale vive in Danimarca e lavora su più temi, con modalità
sempre diverse, anche in collaborazione con altri artisti, ma sempre con una certa ironia e con spirito provocatore e dissacratore. Come in Smashing Egos, in cui invita alcune persone ad andare in un campo da golf a distruggere i loro “ego” come palle di neve. Oppure collabora con Feras (un rifugiato siriano che vive in Danimarca) e mostra una road map portata in Danimarca dalla Siria. Poi realizza per Dear Helle due immagini dell’ex primo ministro danese Helle Thorning Schmidt con centinaia di cartoline appuntate sul muro del museo lavorando con Trampoline House, un centro comunitario indipendente a Copenaghen che fornisce sostegno ai rifugiati e ai richiedenti asilo che sono invitati a scrivere messaggi a Helle sulla loro condizione. Con Think Tank affronta il problema dei Penan, un gruppo di indigeni che vivono nella giungla del Borneo (Malesia), ma sono stati costretti a trasferirsi a causa del desiderio del governo malese di costruire dighe. La performance X-Box - si ispira a un proverbio malese macam katak di bawah tempurung che significa “una rana sta bene se vive nel suo guscio”. Come la rana ha paura di uscire e sperimentare qualcosa di nuovo l’artista rimane in una cabina per tre giorni e tre notti senza cibo e bevendo acqua minerale. Infine apre la porta dello spazio invitando le persone a entrare nella scatola per una conversazione.
Un’altra artista fortemente impegnata nel sociale è Intan Rafiza anche curatrice alla National Visual Art Gallery (NVAG) di Kuala Lumpur. Per le celebrazioni per il 60 ° anniversario della (NVAG) ha curato la sezione dedicata alla performance art esponendo l’archivio di foto e dimostrando come la performance è iniziata li all’inizio del 1970 e a quei tempi veniva chiamata “piccolo teatro”. La rassegna si focalizza su momenti importanti come la mostra Lalang, Warboxes, Killing Tools del 1994, dell’artista Wong Hoy Cheong) in risposta alla legge sulla sicurezza interna (ISA). Denominata Operazione Lalang e compiuta all’inizio del 1987 per la quale 116 attivisti sociali, funzionari sindacali, parlamentari dell’opposizione, leader delle ONG e altri sono stati arrestati e incarcerati ai sensi della legge sulla sicurezza interna, senza ricorso a un processo pubblico.
Passando per le azioni performative sviluppate dall’importante Five Arts Centre, di Azizan Paiman e Niranjah Rajan e il BUKA JALAN International Performance Art Festival a cui hanno partecipato, tra gli altri, Rahmat Haron Aisyah Baharuddin, Tan Zi hao, Avroco Nasir e Wong Eng Leong. L’artista e curatrice Rafiza ha cominciato a fare arte nel 2004. Le sue opere si concentrano su questioni femminili, morali, religiose e sul problema socio-culturale, affronta realtà commerciali quali le gallerie, temi di autocensura in seno alla situazione politica della regione. Recentemente sta sviluppando una serie di performance dal titolo SEMUKA- Face to Face. In $ candal-makan duit, per la mostra “Crossover / Lintasan a Lost Gen” curata da Sandra Krich, l’autrice comincia scrivendo this is now sulla gola e la parola scandal sul torace. Poi con un nastro rosso cerca di legare del denaro sopra la sua testa e inizia a infilarsi una parte del denaro in bocca. Makan Duit è un proverbio malese che ha a che fare con la corruzione attraverso il denaro riferendosi all’attuale scandalo che coinvolge i politici malesi di ogni partito. Il suo salire su un piedistallo sposta l’azione a qualcosa di più universale, non più legato solo alla situazione malese ma in generale all’attaccamento ai soldi in una società che non ha altri valori. A una sua performance, delle serie Face to Face-SEMUKA, abbiamo avuto modo di assistere anche qui a Milano allo Spazio Gluck 50, e a una conversazione con Maurizio Bortolotti. In questa performance l’artista stabilisce un dialogo con il pubblico sulla comprensione e il significato della bandiera in contesti e situazioni diversi ma che per gli avvenimenti più recenti della Malesia contemporanea riguardano lo storico cambiamento di governo. Dopo una abluzione rituale il pubblico è invitato a intingere un dito nell’inchiostro per poi intervenire sui pezzi di bandiera con i simboli dei partiti politici malesi che hanno partecipato alle ultime elezioni creando ciascuno una sua propria. Muovendosi poi verso l’esterno brandendo la bandiera la dispone a terra e vi si inginocchia sopra e rovesciando l’acqua delle abluzioni iniziali sulla sua testa e cospargendosi dei petali di fiori in essa contenuti.
Anche Sharon Chin ha affrontato il tema della bandiera nazionale. Per Weeds / Rumpai 2013, Chin ha raccolto le bandiere dei partiti politici appese ad alberi, lampioni e cartelli stradali in giro per la città e le ha dipinte con immagini di erbacce infestanti del proprio giardino perché esse sopravvivono e prosperano in condizioni avverse, e le usa come una potente metafora del dissenso. Noi siamo le erbacce... siamo negli edifici, nelle crepe, nei campi, nei bordi delle strade... siamo molti e non siamo soli. Nei due casi intervenire su un simbolo come la bandiera è senz’altro una forte presa di posizione e il suo effetto è immediato e toccante.
Uno dei dieci artisti contemporanei più famosi della Malesia è Azizan Paiman, nato nel 1970 a Melaka vive e lavora a Seri Manjung a Perak, in Malesia. Il suo “Putar Alam Cafe” è un caffè ispirato al design del Pentagono. L’artista invita il pubblico a prendere una tazza di caffè per discutere su vari temi contemporanei. In Malese, “Putar Alam” si riferisce al ciarlatano, una persona amante del barare, ingannare e truffare altre persone. Più concettuale l’attitudine di H.H. Lim, cino-malese, che da anni si è trasferito a Roma. Tra le sue ultime operazioni ricordiamo quella al Museo Pigorini, fino al 20 maggio 2018. Con Origine del dettaglio, l’artista ripensa le collezioni del museo ricche di oggetti indonesiani e malesi, trasponendo la loro lettura dalla dimensione originaria a quella del contemporaneo con le sue sedie (collezione MAXXI) denominate dall’artista Punti di vista. Anche a Milano al Museo Messina, curata da Sabino Maria Frassà, nella mostra Aspettando l’ispirazione ha posizionato alcune delle sedie che l’hanno reso tanto famoso davanti alle sculture di Messina con lo scopo di mostrare il suo punto di vista sul museo.
Mentre alla precedente Biennale alla National Visual Arts Gallery a Kuala Lumpur, aveva presentato Enter the Parallel World (2001-2016), un progetto costituito da due video-performance realizzate nel 2001; il primo riguarda il “tempo” e i “limiti di resistenza”; il secondo riguarda la tensione e lo stress acquisito dalla possibilità di cadere dalla palla.
E ancora bisognerebbe parlare di Ray Langebach, Wong Hoy Cheong, Niranjan, Azizan Paiman, Anak Alam Collectives, Ahmad Fuad Osman e Wak Kang e tanti altri.

(“Juliet art magazine” n. 190, December 2018)