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La complessità 
della biografia

By Boris Brollo

Nel precedente giudizio dato sull’operare di Simon Ostan Simone ho cercato di ricondurre a una teoria generale il suo processo artistico. Considerando, fra l’altro, che l’opera è strettamente collegata alla sua vita, in questo caso; e questo perché, depurato dai suoi vizi e dalle sue virtù, l’operato di SOS (Simon Ostan Simone) sarebbe solo una manifattura astratta senza generatore umano. Diversamente, oggi, risulta più chiaro che il suo operare artistico dipende dalla sua capacità lavorativa strettamente legata alla sua capacità creativa. Il dono artistico si va raffinando e prende forma nelle diverse modalità operative che ne fa l’artefice adesso, nel 2018, dove non è più obbligatorio seguire un trend o una modalità operativa unica o, come si diceva in passato, una cifra quale elemento di riconoscimento della personalità artistica.
Oggi possiamo collegare alla “pratica artistica” pure quella psicanalitica dell’intro ed extravertito, cioè dell’operare dentro e fuori da sé stessi, usando la propria coscienza quale bussola del mondo. Paul Thek (grande artista americano) sosteneva, ancora negli anni Settanta, che, quando viveva e lavorava nell’isola di Ponza, egli si muoveva nell’alveo di una ricerca di eternità; mentre quando era a New York egli si muoveva nell’alveo della civiltà e del suo linguaggio artistico e quindi dentro un campo ristretto dai mezzi di produzione più che che all’interno di un sentimento emozionale collegato alla divinazione.
Questa dualità, quasi schizofrenica, è già presente all’inizio della nascita della civiltà industriale quando Charles Baudelaire scrive nel “Pittore nella vita moderna” (1863): “è il transitorio, il fuggitivo, il contingente la metà dell'arte, di cui l’altra metà è l’eterno, l’immutabile”. Anzi, è a causa della modernità che avviene questa scollatura, questa cesura nell’uomo. La cosiddetta “civiltà industriale” distacca l’uomo da una vita quotidiana coincidente con una natura naturale e lo introduce in una natura naturata (cioè fabbricata ad hoc). Oggi questa dualità fa ormai parte della Coscienza dell’individuo moderno e quindi nel suo vivere psichico, introvertito o extravertito, egli si muove nel mondo operando scelte che si rifanno a una coscienza divisa. Mentre con l’operare per mezzo del linguaggio artistico, o proprio grazie ad esso, egli tende a ri-unificare vita e processo artistico in una teoria operativa che si sviluppa nel tempo della sua esistenza umana.
L’opera, quindi, o l’operato (disegno, dipinto, oggetto, pubblicità, etc.), pur racchiudendo in sé lo sviluppo del pensiero, debbono nel contempo estrinsecarsi in una qualsiasi forma. Ma se si è dentro la comprensione della forma come distaccarsene per poterla comprendere meglio? L’intuizione di Man Ray ci viene in soccorso: l’Arte va disprezzata. Il che significa che per poter comprenderla meglio bisogna tagliare con l’oggetto amato e da noi prodotto in quanto emanazione di noi stessi da cui bisogna distaccarsi. E qui si è al nodo centrale della creatività di SOS dato che lo stesso ci pone di fronte a diversi oggetti che per consistenza e tecnica appartengono alla categoria dell’arte. La diversità delle esperienze vissute fra grafica, pittura, musica e atteggiamento estetico giovanile formano una gamma di elementi creativi che sostanziano il suo essere artista. Non importa come, né il perché a questo punto, quanto il cosa. E la Cosa è il suo prodotto artistico. La sua Opera.

(“Juliet art magazine” n. 187, aprile 2018)