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Haus der Kunst - Blind Faith

By Emanuele Magri

Mariechen Danz “Womb Tomb” 2011-2018, part. Foto: Maximilian Geuter per “Blind Faith: Zeitgenössische Kunst zwischen Intuition und Reflexion”, courtesy Haus der Kunst
Il titolo “Blind Faith” unisce l’elemento fisico (cecità) con quello immateriale (la fede). Le opere selezionate sono quelle che utilizzano il corpo umano come strumento per capire la nuova forma di conoscenza. Così abbiamo sia la rappresentazione del corpo con i suoi organi interni ed esterni, quelli artificiali, i suoi prolungamenti e protesi, i geni, sia il lavoro sulle sostanze che alterano le proprietà del corpo e della mente, o con i suoi stati di estasi, di intossicazione, di malattia o il corpo virtuale, o organi schiacciati, manomessi o rappresentati metaforicamente.

Uno dei filoni dominanti della storia dell’arte del ‘900, e in particolare dagli anni Sessanta a oggi, è stato quello dell’uso del corpo come “misura di tutte le cose”, e le ultime mosse sembrano essere sull’interno del corpo, sugli organi umani, insomma con uno sguardo fisicamente interiore. La mostra Blind Faith: Between the Visceral and the Cognitive in Contemporary Art a cura di Julienne Lorz, Daniel Milnes e Anna Schneider si basa sul concetto che una fede emotiva è cieca, da sempre, e ancor più oggi con l’aggravante dei social media e internet con fake news e abbassamento del livello culturale. Il direttore di Haus der Kunst, Okwui Enwezor, ha invitato tre curatori della sua squadra a condurre una ricerca sulle conseguenze di questo sviluppo sociale nelle opere create negli ultimi cinque anni da ventotto giovani artisti. Il titolo “Blind Faith” unisce l’elemento fisico (cecità) con quello immateriale (la fede). Le opere selezionate sono quelle che utilizzano il corpo umano come strumento per capire la nuova forma di conoscenza. Così abbiamo sia la rappresentazione del corpo con i suoi organi interni ed esterni, quelli artificiali, i suoi prolungamenti e protesi, i geni, sia il lavoro sulle sostanze che alterano le proprietà del corpo e della mente, o con i suoi stati di estasi, di intossicazione, di malattia o il corpo virtuale, o organi schiacciati, manomessi o rappresentati metaforicamente. Una delle immagini simbolo di questa mostra è quella tratta dal video This is Offal di Mary Reid Kelley che mette in scena una situazione per cui durante l’autopsia di una vittima suicida si sviluppa una feroce discussione tra il cervello, il cuore, il fegato, il piede e la mano della donna nel tentativo di risolvere chi è responsabile di questo atto orribile. Già nella prima sala l’installazione Womb Tomb di Mariechen Danz, tra un coro di parti del corpo è una scultura che raffigura un corpo umano disteso e asessuato, arancione, che lo spettatore è incoraggiato a toccare per sentirne il calore. La seconda sala ospita più artisti: Tyaphaka di Nicholas Hlobo è un’enorme scultura che si presenta come una balena fatta di tubi di gomma e nastro come interiora sventrate. Anche nella serie di dipinti intitolati Neonatal Refractions (2017/2018) di Benedikt Hipp forme organiche e pieghe multicolori suggeriscono forme umane. Col primo film della serie, Night Soil - Fake Paradise Melanie Bonajo si concentra sul recente interesse per l’Ayahuasca, una miscela di sostanze psichedeliche che è stata utilizzata nel bacino amazzonico per migliaia di anni, ma ora viene sempre più assunto dalla gente dei centri urbani occidentali per vivere all’incrocio tra cyberspazio e psichedelia. Nella collezione di T-shirt di KAYA (Kerstin Brätsch e Debo Eilers), c’è una varietà di oggetti e forme rigide che imitano corpi contorti e mutanti con strane appendici. E ancora Marguerite Humeau con Gisant 1; l’installazione vocale di Hanne Lippard; Motherland di Anna Balema; le sculture di Raphael Sbrzesny; In Teeth Gums Machines Future Society (2016) dell’artista francese Lili Reynaud-Dewar; gli oggetti sonori di David Zink Yi; le figure biologiche e meccaniche di Wangechi Mutu; Reason’s Oxymorons, dell’artista franco-algerina Kader Attia; Liminals di Jeremy Shaw; God’s Reptilian Finger di Naufus Ramírez-Figueroa; Tutto è OK di Teresa Solar Abboud; Andrea Éva Győri con i disegni della serie VIBRATIONHIGHWAY; Sprung a Leak di Cécile B. Evans; le installazioni multisensoriali di Jon Rafman; il video Poor Magic (2017) di Jon Rafman. E, infine, una serie di parti del corpo smembrate e le loro secrezioni e una inquietante processione di interiora nell’opera di Ed Atkins.

(“Juliet art magazine” n. 188, June 2018)