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Ewa Juszkiewicz - Volti multipli

By Ch. Schloss

“Treffen in Narvik” 2018, oil on c-print, cm 100 x 150. Ph courtesy Galleria Monica De Cardenas, Milano
 Il suo specifico mondo espressivo (sia che usi in maniera specifica la più tradizionale tecnica pittorica o quella più trasgressiva del collage, introdotta e praticata dalla genialità di tanti esponenti delle cosiddette avanguardie storiche già agli inizi del secolo scorso), risente di una modalità combinatoria che è propria di una visione fantastica di antica origine.

Ewa Juszkiewicz (nata nel 1984 a Gdańsk, vive a Varsavia) è pittrice che, pur nella sua giovane età, è stata indicata (in “One Hundred Painters of Tomorrow”, Thames & Hudson, 2014) come una delle promesse della pittura; inoltre i suoi lavori sono già presenti nelle collezioni del Museum of Modern Art in Warsaw, Zachęta of Contemporary Art in Szczecin and Bielska Gallery BWA. 
Il suo specifico mondo espressivo (sia che usi in maniera specifica la più tradizionale tecnica pittorica o quella più trasgressiva del collage, introdotta e praticata dalla genialità di tanti esponenti delle cosiddette avanguardie storiche già agli inizi del secolo scorso), risente di una modalità combinatoria che è propria di una visione fantastica di antica origine. Questa istanza primigenia ci rinvia fino alla “pittura delle meraviglie” dell’ipercelebrato Arcimboldi: il ritrattista naturalista, giardiniere, entomologo, contadino, e così via. In definitiva, si tratta di pulsioni interiori e di fantasie immaginifiche che prendono forma e sostanza in ritratti (tutti coniugati al femminile) modificati o distorti, soggetti a sostituzioni o alterazioni, tanto che della riconoscibilità in formato foto-tessera si è perso qualsiasi fondamento. Tale modalità espressiva e configurazione costruttiva può essere vista anche come un processo di analisi psicanalitica o introspettiva: proiettare sulla persona i segni riconoscibili della sua vita o del suo status sociale (là dove in passato trovavamo il libro per un intellettuale o le monete per un banchiere o per un gabelliere, oggi scopriamo il lato più insolito e insospettabile di una conchiglia, di un insetto, di un drappo: cose od oggetti che talvolta più che svelare, di primo acchito, sembrano voler nascondere) può all’opposto essere anche un modo per scavare nel proprio inconscio, in quella parte nascosta dell’iceberg che non sempre vediamo e che non sempre vogliamo vedere o mostrare agli altri. In questa maniera, “l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” non va visto solo come un resoconto di fatti insoliti, ma potrebbe divenire allo stesso tempo un processo di apprendimento che dall’altro ritorna al proprio sé: da una riflessione genuflessa sull’esterno a un pensiero rivolto alla propria coscienza, come dentro uno specchio o dentro un percorso di “Alice nel paese delle meraviglie” che non è solo un viaggio sorprendente, ma anche un viaggio di confronto e apprendimento. Perché la domanda che ci dobbiamo porre è: quale significato si nasconde dietro un volto celato da bende? oppure: quale anima ha la persona che è privata del proprio sguardo? e ancora: un volto che è una conchiglia può alludere a qualche profonda sconnessione sessuale? le ali di una farfalla dove trasportano il cuore o i sentimenti della donna ritratta? Per lo più si tratta di volti privati dello sguardo, di facce senza occhi, di donne che non vedono: sono viste, si fanno vedere, si mettono in mostra, ma non vedono.
I riferimenti con la storia e con la ritrattistica del passato non mancano, sebbene non si tratti di un processo citazionistico, quanto di una presa di possesso. Questo processo è una presa d’atto di quello che al mondo c’è di disponibile: siamo di fronte a un linguaggio parallelo alla natura, un vocabolario presente nella mente e che basta attivare, con tutte le sue possibili connessioni, interferenze, possibilità espressive.
Come afferma Ewa Juszkiewicz: “When my work is based on reproduction, I deconstruct certain fragments of the painting, trying at the same time to recreate the other fragments faithfully. In this process the following of the strokes of the original author’s paintbrush is an important element, which enables me to meet, metaphorically, the original author”.  
In altro modo potremmo parlare di trasfigurazione della personalità attraverso il camuffamento, la trasformazione, l’ibrido; un qualcosa che può avvenire con le maschere del teatro giapponese kabuki o nelle pose fotografiche di immedesimazione della più nota Cindy Sherman. Proprio là dove il travestimento e la recita incarnano una personalità multipla, uno schema combinatorio ci può permettere di procedere lungo i corridoi di una biblioteca di immagini infinita, proprio perché negli anni che ci vengono concessi da una vita di proficuo lavoro non riusciremmo giammai a percorrere.

(“Juliet art magazine” n. 188, June 2018)