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Dušan Tršar Retrospektiva

By Roberto Vidali

Il lavoro di Dušan Tršar non esce da un nulla o da un tunnel alla Kurosawa, come in “Sogni”, ma si forma da una concretezza e da un insieme di possibilità a cui si aggiungono ulteriori possibilità.


All’interno di una cornice “glocal”, che vede come possibili e legittime anche l’affermarsi di culture periferiche con modalità ben distinte dai centri economici del mondo occidentale e dalle regole che li guidano (si pensi solo alla miriade di biennali che in anni recenti si sono manifestate nelle più impensabili parti del globo e che ormai si contrappongono a quanto si realizza a Londra, Berlino, New York), si inserisce l’opera di Dušan Tršar. Il suo è un lavoro solenne e curioso che ci permette di vedere connessioni possibili con il passato (con qualcosa che l’autore ha di certo avuto modo di studiare e conoscere) e con il presente (cioè con qualcosa di cui si avverte per sintonia o per simpatia l’esistenza, ma di cui non sempre si può o si vuole avere certezza o punti di confronto). Il passato ci conduce, in maniera evidente, per l’allungamento delle sue figure, a riferirci a Giacometti, il che è un parametro immediato e fin troppo facile a porre come citazione o punto di riferimento. L’altro aspetto, meno avvertibile, è un suo voler lavorare - a livello progettuale - sulla base della scultura: un ragionare e un produrre che nel suo caso si traduce, per esempio, in pilastrini di legno di quercia, allungati come le sue figure, o con sagome dalla forma quadrata, o con plinti concepiti a mo’ di parallelepipedo, con una regolarità delle superfici di sostegno che contraddice la forma/informe delle sue sculture, per spingere verso una motivazione altra e diversa. Questa motivazione altra e diversa ci fa pensare a Brancusi (un grande a cui il Nostro può ben aver fatto riferimento), ma, collegandoci all’oggi, possiamo risalire fino ai lavori di un Nunzio (ascrivibile alla seconda scuola romana, quella degli anni Novanta), lavori a cui è ben difficile che un autore sloveno abbia potuto interessarsi. È ovvio che il Nostro, con una formazione accademica di tutto rispetto (con perfetta conoscenza della patinatura e della superficie parzialmente ossidata o bagnata con soluzioni di sale comune o di zolfo-aceto e che portano ai vari riflessi verde e rosso della materia bronzea), e con tutta una serie di opere collocate a mo’ di monumento in spazi pubblici (dalla Ljubljanska banka di Celje alla Iskra Elektrooptika di Ljubljana, solo per fare due esempi), da alcune inezie della storia non abbia proprio voluto farsi coinvolgere, nel senso che il sentirsi moderno per uno scultore che lavora con il bronzo è un po’ come operare in controtendenza o un pensare all’incontrario, a partire dalla data fatidica della Biennale del 1972, quando la dicotomia fu chiara e ben comprensibile, sia a livello teorico e sia a livello di comprensione figurativa o narrativa.
Eppure qui abbiamo modo di trovare ben altri riferimenti: questi riferimenti sono, rispetto alla materia, rispetto cioè alla superficie del modellato, riconducibili a una pelle che ci fa pensare a Leoncillo (all’informale, quindi del secondo dopoguerra) o a Marcello Mascherini (alla narrazione, quindi degli anni Sessanta e Settanta), ma anche ad esempi a noi più vicini, e cioè a qualcuno, come Barry Flanagan, che dopo le ricerche sperimentali della Land Art (dopo gli anni Settanta e ben oltre gli anni Ottanta) si è messo in gioco con la proposta ironica dei “leprotti”, producendo opere prosaiche e di grandi dimensioni che ben potevano stupire e affascinare e catturare le aspettative di qualsiasi spettatore. Questo pensiero ha un suo fondamento, soprattutto se tutte queste opere venivano (o sono state) pensate di rimando alle precedenti ricerche sottrattive e concettuali e minimaliste di Ryman o LeWitt, tanto per tirare fuori dal flusso impetuoso della corrente due nomi inconfutabili. Infine, questo elenco di nomi è utile non per creare una vera cornice di riferimento, ma solo per far capire che il lavoro di Dušan Tršar non esce da un nulla o da un tunnel alla Kurosawa, come in “Sogni”, ma si forma da una concretezza e da un insieme di possibilità a cui si aggiungono ulteriori possibilità. E le possibilità altre consistono, in primo luogo nella sua specifica modalità espressiva, nell’anomalia della forma che alla massa plastica del corpo sostituisce il profilo, la silohuette e l’ombra; in secondo luogo nella percezione dicotomica o nell’opera idealmente inserita in una nicchia o vista contro una parete, in modo da percepirla nella sua volubile proiezione di “monumento” disegnato con la luce. Cosa non sempre possibile e non sempre facilmente realizzabile. 
Vi ricordate del Bernini? Mi pare ovvia la citazione. Al di là di quello che generalmente si pensa, per Gian Lorenzo Bernini, autore barocco per antonomasia, autore della diversità e della sorpresa, il punto di vista privilegiato doveva essere unico. Quindi, proprio ciò che si pensa a livello di affresco di una soffitto e della molteplicità dei numerosi punti di vista prospettici, veniva negato dal più grande e riconosciuto artista ufficiale dell’età barocca. Ciò significa che per Dušan Tršar la modalità espressiva risponde a una modalità di collocamento, postura e relazione, ovvero a una espressione unitaria, il che rende la nostra stessa percezione univoca (al massimo biunivoca: avanti o retro, di qua o di là), fino a far divenire qualsiasi altra percezione falsa o fuorviante.
Ora, in questa selva di sculture di medie dimensioni (da “Water Pump III” a “Meeting IV”, da “Tree” a “Compilation”, solo per fare alcuni esempi, sebbene le opere inserite in questa retrospettiva siano decine e decine, e vanno dal 1984 fino al 2014), e che dobbiamo percepire come un’unica ambientazione di grande impatto visivo, così come ci è stata proposta dalla Galerija Murska Sobota, la possibilità di cogliere tutti questi aspetti è davvero qualcosa di raro e di legato alla sensibilità del visitatore, oltre alla necessaria volontà di soffermarsi e di approfondire la qualità di ogni singolo manufatto. Comunque, a ogni buon conto, il catalogo, edito per l’occasione, rappresenta un buon viatico per approfondire tutti gli aspetti di questo lavoro, ed è consigliabile a chi, non vuole farsi irretire dalle “maratone” à la page o dalle proposte o recuperi con finalità commerciali che spesso vengono alla luce da fiere o da programmi di gallerie messe in rete da poteri tra loro connessi. Ecco perché questa mostra sorprendente è un’alternativa che merita di essere accolta e meditata.
(Dušan Tršar è nato nel 1937, vive tra Ljubljana e Kostanjevica na Krki. La mostra itinerante a lui dedicata ha toccato le seguenti tappe: Galerija Božidar Jakac di Kostanjevca na Krki; Galerija DLUL di Ljubljana; Moderna galerija Ljubljana; Galerija Murska Sobota. I testi in catalogo sono di: Goran Milovanović, Irma Brodnjak, Robert Inhof, Aleksander Bassin, Kristina Tina Simončič).

Roberto Vidali

(“Juliet” n 186, February 2018)