Mobirise review

Dobrivoje Krgović
Lesson 19UN

By Boris Brollo

Il lavoro di Dušan Tršar non esce da un nulla o da un tunnel alla Kurosawa, come in “Sogni”, ma si forma da una concretezza e da un insieme di possibilità a cui si aggiungono ulteriori possibilità.

Nella mostra “Lesson 19UN” di Dobrivoje Krgović, UN sta per la sigla di Nazioni Unite, all’inglese. Si tratta di una “installazione sonora di grande respiro”, dura, forte, espressiva, e con la pausa cromatica data da alcune stampe della serie “Patterns”, dove sono segnate a colori le vie dei vari flussi migratori, con le loro diverse provenienze e destinazioni, nel corso di questi ultimi anni. Questi flussi tracciano scie colorate a seconda delle allocazioni, creando così degli emisferi a fasce colorate molto accattivanti, tanto da farci dimenticare le vite, i sacrifici, il dolore (talvolta la morte), la violenza, l’annullamento psicologico e razziale a cui sottostanno questi movimenti disordinati di popoli.
L’installazione si rifà, invece, a una lezione tipica fra domande e risposte collegate all’insegnamento del Consiglio Nazionale degli Insegnanti di Inglese (NTCE), e ri-creata dall’artista usando il metodo audiolinguale che si usava nell’esercito ex “Jugoslavo” negli anni ‘50, al fine di insegnare il Preambolo dell’Alta Corte di Giustizia delle Nazioni Unite sottoscritto nel 1945 da molti paesi, appena concluso il mattatoio della seconda guerra mondiale.
La “performance recitativa”, oltre all’esibire tutta la strumentazione tecnica di altoparlanti, cassette, contenitori, microfoni, che già di per sé danno l’idea di una ambientazione costrittiva, mette in scena la voce dell’insegnante che interroga e un gruppo di studenti che ripetono rispondendo alle domande della voce. Gli studenti possono essere fisicamente degli spettatori così come le voci di un precedente recitato. Alcuni video sonori alle pareti danno il “la” all’ouverture con la colonna sonora di “Exodus”, il grande film di Otto Preminger sul rientro osteggiato di un gruppo di ebrei in Israele e come contrappunto finale viene inserita la canzone degli Everly Brother, del 1958, “Problems”, che ci aggiunge un pizzico di ironia sulle tragedie del vivere quotidiano (un vivere che per alcuni gruppi di persone è ancora più tragico di altri) e che per il mondo del rock degli anni Cinquanta poteva essere solo un problema tra innamorati. Ciò crea un’atmosfera surreale e di straniamento che ci rimanda a “La classe morta” di Tadeuzs Kantor. Dove lì il cerchio generazionale è chiuso tra i due poli (quello della vecchiaia e dell’infanzia, che crea un circuito potenzialmente drammatico ed esistenziale), qui – nella “performance” di Krgović – ci rimanda a una visione concentrazionaria dei campi di sterminio nazisti, o dei gulag staliniani (ma con riferimenti possibili anche all’oggi, alla Libia, ai campi profughi in Libano e Turchia, alle rotte balcaniche, ai barconi dei disperati), come ben dice Roberto Vidali nella presentazione della mostra, quando colloca il lavoro dell’autore nel contesto storico di “una volontà di rappresentazione che è segno distintivo (e quindi di separazione) da una immagine puramente documentaristica, per approdare a un affresco di tipo sociale, ovvero di una progettualità artistica e quindi estetica, nel senso più alto del termine, e cioè di pensiero e di filosofia dell’arte e di dialogo che interagisce a livello di segni linguistici diversi”. Il tutto da MLZ Art Dep (a Trieste, via Galatti 14), con il concorso della Galerija Lucida e con il sostegno di Girardi Spumanti e Markovic Miroslav.

Boris Brollo

(“Juliet” n 186, February 2018)