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Giorgio Bartocci
Autodiffusione

By Emanuela Zanon

“Treffen in Narvik” 2018, oil on c-print, cm 100 x 150. Ph courtesy Galleria Monica De Cardenas, Milano
Sempre più orientato negli ultimi anni verso l’Abstract Muralism, ha elaborato un personalissimo codice espressivo in cui il gesto si traduce in campiture fluide dalla cui sovrapposizione talvolta emergono forme vagamente antropomorfe che evocano primordiali creature mitologiche.
“Le strade sono i nostri pennelli e le piazze le nostre tele” scriveva Majakovskij agli inizi del Novecento e la sua intuizione appare oggi pienamente confermata agli ultimi sviluppi della street art, sempre più spesso esperita come pratica civile volta a trasformare anonime architetture funzionali in spazi capaci di attrarre. Nei casi più riusciti non si tratta di un semplice maquillage estetico finalizzato all’occultamento di pareti altrimenti percepite come antiestetiche barriere visive, ma di un processo più ampio di progettualità e integrazione che aspira a incidere in modo sostanziale sull’identità degli edifici coinvolti e sulla percezione dello spazio circostante. Il colore dilaga sui muri senza essere limitato dal piccolo e medio formato solitamente riservato alla fine art e si fonde con il contesto urbano generando un museo diffuso dove l’arte diventa una democratica palestra del pensiero che incoraggia un’attitudine autenticamente partecipativa nei confronti dell’ambiente urbano. Appare sempre più esplicito quindi, parallelamente alla pratica underground del graffitismo, un filone di street art concepito come nuova tipologia di arte pubblica realizzata su committenza, in cui gli spray artists ereditano il ruolo dei pittori di affreschi che nel corso dei secoli hanno interpretato e arricchito l’architettura. La sfida in questo caso non consiste nel tappezzare clandestinamente la città di messaggi corsari, ma nell’elaborare l’intervento pittorico in simbiosi con una struttura preesistente senza reprimere la forza di un linguaggio che trova nell’immediatezza la sua cifra stilistica distintiva. Non si tratta più quindi di applicare frammenti di pelle ribelle su una superficie di per sé inerte ma di creare una sorta di organismo plastico animato dalla vitalità del colore e del gesto creativo. 
Un esempio di connubio virtuoso tra committenza privata e street art è “Autodiffusione”, un progetto site-specific di Giorgio Bartocci, giovane muralista milanese d’adozione, recentemente incaricato del restyling di un edificio acquisito dalla catena di palestre McFIT in vista dell’apertura di una nuova sede a Bologna. Il lavoro di Bartocci da sempre esplora il complesso rapporto tra l’uomo e il territorio in cui abita ed è caratterizzato da un approccio di stampo neoespressionista che trasforma la bidimensionalità della superficie da campire in uno spazio esploso attraversato da correnti dinamiche. Impulsivo e gestuale, utilizza il colore in chiave quasi performativa, come se l’intensità della pittura fosse una diretta conseguenza del suo coinvolgimento fisico nella materia attivata dall’azione e l’opera finale un campo di tensioni contrastanti che una misteriosa forza d’aggregazione riesce a mantenere coese. Sempre più orientato negli ultimi anni verso l’Abstract Muralism, ha elaborato un personalissimo codice espressivo in cui il gesto si traduce in campiture fluide dalla cui sovrapposizione talvolta emergono forme vagamente antropomorfe che evocano primordiali creature mitologiche. Quest’estetica a prima vista quasi tribale nasce in realtà come emanazione dell’iperconnessione della società globalizzata e trae ispirazione dalla fascinazione di Bartocci per i luoghi in cui si trova a operare e per le proprietà fisiche dei materiali con cui si rapporta, nei confronti dei quali sembra comportarsi come medium e detonatore di relazioni.
La gamma cromatica del progetto bolognese deriva infatti da un’attenta campionatura delle più caratteristiche tonalità ambientali della città (il rosso mattone nelle sue varie declinazioni) con l’aggiunta di pigmenti metallizzati addizionati di quarzo che riflettono la luce in modo sempre differente. Questa scelta, oltre a condensare in un’unica impressione visiva la storia dell’edificio (prima adibito a magazzino di illuminotecnica) e il suo contesto, si rifà al fenomeno della triboluminescenza, una particolare emissione luminosa generata da alcuni materiali sottoposti a sforzi meccanici che liberano parte dell'energia assorbita sotto forma di onde elettromagnetiche. L’idea è coerente con una concezione della pittura come sistema di forze scaturite dall’incontro di materiali in stato di tensione reciproca che riescono ad alimentare e incrementare autonomamente le proprie trasformazioni alchemiche. Anche dal punto di vista compositivo le campiture di colore sono masse fluide che rincorrono se stesse rifiutando di coagularsi in un assetto definitivo, sono lingue energetiche che avvolgono la struttura creando una prospettiva circolare, sono forme in potenza sempre sul punto di rimodellarsi con nuove densità e ulteriori trapassi di materia. A questo modo le linee spigolose e spezzate della costruzione sembrano ricombinarsi in più complessi equilibri organici che sfumano il confine tra spazio interno ed esterno suggerendo modalità abitative più spontanee e dinamiche. Reintrodurre l’emozione nello spazio contemporaneo dove troppo spesso la razionalità edilizia coincide con l’anestesia emotiva è una delle esigenze più irrisolte dell’architettura odierna che la visionarietà di urban artists sistematicamente coinvolti anche in fase progettuale potrebbe trasformare in un potente strumento di liberazione e reciproco scambio, come dimostrano molte iniziative che negli ultimi anni si stanno diffondendo in Italia e (soprattutto) all’estero. Anche l’intervento ambientale di Bartocci corrisponde a un preciso indirizzo di progettualità interdisciplinare che il brand McFit porta avanti dal 2014 con la realizzazione di centri fitness in fabbricati industriali dismessi la cui riqualificazione estetica viene affidata a street artists invitati a integrare la loro ricerca artistica nell’interior e nell’exterior design degli spazi.

(“Juliet art magazine” n. 190, December 2018)